Rifiuti, affari e veleni: l’ombra dell’illegalità sulle bonifiche del Parco della Salute
Bufera sulla bonifica del cantiere del futuro Parco della Salute di Torino, al centro di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della procura: stamattina i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno sequestrato due impianti di trattamento rifiuti in strada Bellacomba e via Reiss Romoli a Torino, gestiti dalla Perino Piero srl e affidati a un amministratore giudiziario nominato dal tribunale. Nel registro degli indagati sono iscritti amministratori, dirigenti e dipendenti delle società coinvolte, oltre a persone che operano nella filiera del trasporto e della consulenza ambientale: i reati contestati sono, a vario titolo, attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale, falsità materiale e ideologica e impedimento del controllo.


L’ipotesi investigativa è che tutto questo abbia provocato «un concreto rischio ambientale – in particolare per suolo e acque – e per la salute pubblica». L’inchiesta, denominata “Millennium”, è partita dall’appalto sulla bonifica dell’area accanto al Grattacielo della Regione, dove nascerà il nuovo polo ospedaliero di Torino sud: la Dda sostiene che l’appalto, affidato a un raggruppamento di imprese e successivamente subappaltato alla Perino, aveva prezzi fuori mercato. Il prezzo pattuito per il trattamento dei rifiuti era di circa 7 euro a tonnellata a fronte di costi reali stimati che, a seconda del livello di contaminazione dei rifiuti trattati, potevano arrivare fino a 60 euro a tonnellata.


Una differenza che «avrebbe favorito il ricorso a pratiche illecite per garantire la sostenibilità economica delle attività», in particolare «con l’abbattimento artificiale dei costi e la gestione abusiva dei rifiuti». Gli investigatori si sono concentrati sul destino di oltre 200mila tonnellate di terre e rocce da scavo, ritenute in parte contaminate, che sarebbero state gestite in modo non conforme alle leggi e successivamente reimmesse sul mercato come materiale recuperato attraverso certificazioni false. In particolare, questi rifiuti sarebbero stati conferiti in impianti non idonei, in larga parte non sottoposti ai trattamenti previsti e reimmessi sul mercato come materiali “recuperati” (End of Waste) sulla base di certificazioni falsificate.
I vertici aziendali avrebbero impartito direttive operative e gestionali, svolgendo un ruolo centrale nell’organizzazione di «un sistema illecito sistematico e strutturato, riconducibile alla Perino Piero srl»: prevedeva, secondo gli inquirenti, di nascondere le analisi sulla contaminazione dei rifiuti, oltre al mancato o fittizio trattamento di recupero e alla falsificazione sistematica dei certificati attraverso software grafici che garantivano la conformità di rifiuti in realtà contaminati da idrocarburi, nichel e cromo. Viene anche contestata la miscelazione e diluizione illecita per abbattere gli inquinanti, l’omissione della bonifica di uno degli impianti sequestrati, con una contaminazione del suolo e della falda, e il reimpiego illecito dei rifiuti: venivano “spacciati” per materiali recuperati, incluse circa 22mila tonnellate di fresato d’asfalto, utilizzate per realizzare la pavimentazione di un piazzale industriale.
Secondo l’accusa, gli indagati hanno anche messo in piedi delle «strategie» per evitare e ostacolare i controlli: in occasione delle verifiche dell’Arpa, per esempio, avrebbero sospeso i conferimenti di rifiuti contaminati bloccando l’ingresso ai camion e indirizzavano i funzionari verso materiali appositamente selezionati. Cioè quelli che gli inquirenti definiscono “cumuli civetta”, nascondendo i rifiuti contaminati in aree meno visibili dell’impianto.
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