Cultura

Mod Lang – Borrowed Time

Quando sento nominare Detroit i miei agganci musicali corrono subito al proto-punk: MC5, Stooges, fino al minimalismo blues dei White Stripes. La città ha sempre avuto un modo tutto suo di fare musica: rumorosa, essenziale, quasi industriale. Qui il rock non è mai stato elegante. Nasce nei garage, cresce tra fabbriche e strade dritte come piste d’atterraggio e finisce sui palchi con gli amplificatori dai volumi sempre ingenerosamente troppo alti.

Eppure Detroit non ha prodotto soltanto volume e caos controllato. Accanto al lato più selvaggio della sua storia c’è sempre stata anche una vena melodica lucida e resistente, fatta di canzoni concise e ritornelli luminosi. È proprio da lì che sembrano partire i Mod Lang.

Dopo singoli sparsi e notti passate a far tremare gli amplificatori nei club del Midwest, la band ha finalmente deciso di mettere tutto su nastro. Registrato in gran parte dal vivo e riversato su nastro reel-to-reel, “Borrowed Time” è un tentativo diretto e conciso di realizzare un album di puro pop rock: dieci brani brevi, immediati e senza fronzoli, attraversati da temi di romanticismo disilluso, alienazione urbana e dalla mitologia stessa del rock’n’roll. Semplice, diretto, senza pretese.

Credit: Bandcamp

Fin dall’opener “What I Can’t Have” la band chiarisce la propria grammatica sonora: chitarre jangle luminose, un clima quasi euforico e una scrittura che sembra arrivare direttamente dalla grande stagione del Merseybeat. Le melodie firmate dai chitarristi e cantanti Antonio Keka e Alex Belfie si muovono su un terreno che offre, da una parte, armonie luminose e gusto pop, dall’altra un’attitudine più ruvida e immediata. L’eco dei Beatles dei primi anni è palpabile, anche se il solo di chitarra devia dalla scuola di Harrison scegliendo una strada più istintiva.

Con “In Advance” il gruppo rimane nello stesso territorio ma ne esplora il lato più psichedelico: atmosfere beat attraversate da una sottile vena harrisoniana, quasi un’ombra di viaggio in India, con stacchi di batteria più marcati e chitarre corpose che riempiono il brano.

Con “Cocamoda” il disco cambia marcia e torna a un rock’n’roll più primitivo: riff affilati, ritmo serrato e quell’immaginario da giubbotti di pelle e brillantina che sembra arrivare direttamente dall’America dei primi anni Sessanta. Poi, quasi all’improvviso, la band inserisce un ponte con coretti che sembrano usciti da una sessione Lennon–McCartney, riportando tutto dentro una dimensione pop irresistibile.

“These Words” rallenta leggermente il passo e mette in primo piano la melodia: viene quasi da immaginare i Beatles ospiti di qualche anchorman della BBC, strumenti imbracciati e armonie vocali perfettamente incastrate. Bastano questi primi brani per capire dove vogliono andare i Mod Lang: power-pop intriso di Merseybeat, chitarre brillanti e melodie che sembrano arrivate da un’altra epoca ma che suonano ancora perfettamente vive, come se qualcuno avesse appena riattaccato la corrente a una vecchia radio degli anni Sessanta.

La seconda metà del disco continua a muoversi lungo la stessa linea melodica, con qualche variazione di tono che tiene alta la tensione. “Fool In Love” è probabilmente il momento più apertamente power-pop dell’album: breve, romantica e irresistibilmente orecchiabile. Con “Try Your Love” tornano invece le armonie vocali luminose e stratificate, in un territorio che sembra incrociare la sensibilità melodica dei Big Star con l’eleganza jangle dei Byrds.

Il disco alza poi i giri con “TV Star”, uno dei brani più nervosi del lotto: riff più taglienti, ritmo serrato e una voce dall’attitudine quasi punk. È uno dei momenti in cui la band suona meno “classicista” e più rock’n’roll diretto. “Big House” spinge invece su un groove più pieno e muscolare, con chitarre corpose e un ritornello quasi anthemico che richiama la tradizione power-pop più robusta dei Raspberries o dei Cheap Trick.

La title track “Borrowed Time” riporta il disco verso territori più luminosi: chitarre jangle cristalline che si intrecciano con naturalezza, accordi aperti e una melodia immediata attraversata da una lieve malinconia, molto nello spirito di Alex Chilton. La chiusura è affidata a “In The Morning”, che rallenta il passo e cambia atmosfera: chitarre acustiche intrecciate e armonie vocali strette che richiamano la tradizione degli Everly Brothers, per un finale più raccolto e contemplativo.

“Borrowed Time” non reinventa il power-pop e probabilmente non ne ha nemmeno l’ambizione. Ma quando le canzoni sono scritte così bene — ritornelli immediati, chitarre che brillano e quella sensazione di urgenza che solo il rock suonato davvero può avere, non serve molto altro. I Mod Lang sembrano aver capito una cosa semplice: certe melodie non invecchiano mai, aspettano solo che qualcuno riattacchi la corrente agli amplificatori.


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