Si ammala di tumore in guerra, il giudice condanna il Ministero della Difesa – Cronaca
BOLZANO. Ha scoperto di avere un tumore nel 2023, una ventina d’anni dopo la sua prima missione internazionale in Bosnia. Per sei mesi, nel 2011, l’Esercito italiano lo spedì in Afghanistan nel momento di massimo sforzo bellico della Nato contro i talebani. E poi in Libano, nel 2014, dove sconfinava la guerra civile siriana.
Così si è ammalato un 58enne bolzanino: respirando aria tossica e ingerendo cibo e acqua contaminati. Sapeva che l’insorgere del suo brutto male era dovuto alla guerra, tanto da incaricare due avvocati per fare partire una causa contro il Ministero della Difesa.
Ora il Tribunale di Bolzano gli ha dato ragione, riconoscendo che la causa del suo linfoma è dovuta all’esposizione di nanoparticelle in ambienti gravemente compromessi a causa di precedenti bombardamenti con munizioni a uranio impoverito.
Per lui, tenente colonnello dell’Esercito, scatta un maxi-risarcimento: due diversi assegni mensili, da oltre mille euro, che gli verranno pagati per tutto il resto della vita e un risarcimento immediato di 70mila euro.
Decisiva la perizia
A inchiodare l’amministrazione alle sue responsabilità sono state le prove scientifiche presentate dalla difesa del militare, assistito dagli avvocati Andrea Bava e Thomas Wörndle.
Una perizia del Dipartimento di biotecnologie molecolari dell’Università di Torino ha riscontrato nel sangue dell’uomo livelli elevatissimi di nanoparticelle di metalli pesanti ad azione cancerogena – tra cui cobalto, cromo, nickel, antimonio, titanio, vanadio e molibdeno – accumulati per inalazione e ingestione di cibo e acqua locali. Valori giudicati dal Tribunale compatibili solamente con la permanenza prolungata in teatri di guerra.
Il cuore della pronuncia risiede nel principio dell’onere della prova in presenza di fattori di rischio eccezionali. La giudice bolzanina Eliana Marchesini ha respinto le eccezioni del Ministero della Difesa, rilevando che «la dizione normativa esclude la necessità, peraltro dal punto di vista scientifico assolutamente impossibile da formulare, che sia richiesta una stretta correlazione causale fra una o più sostanze cancerogene presenti nell’ambiente e la malattia».
Per il Tribunale è invece «sufficiente dimostrare l’esposizione agli agenti biologici, chimici e fisici che sono considerati cancerogeni, e la presenza durante il servizio prestato del soggetto in luoghi in cui erano diffusamente presenti questi elementi dannosi per la salute».
Sono stati documentati 17 mesi di servizio sul campo. Il militare ha partecipato a cinque diverse spedizioni: circa otto mesi in Bosnia Erzegovina tra il 2001 e il 2003, sei mesi in Afghanistan nel 2011 e tre mesi in Libano nel 2014.
Scenari definiti dal Tribunale veri e propri «teatri di guerra» e «missioni di qualunque natura» in cui le particolari condizioni ambientali e operative hanno esposto l’ufficiale a rischi e fatiche straordinarie, ben superiori rispetto alle ordinarie modalità di servizio in patria.
In virtù di questa decisione, al bolzanino è stata riconosciuta un’invalidità complessiva del 35%. L’esito impone al Ministero della Difesa il pagamento della “speciale elargizione una tantum” pari a una base di 70mila euro, che dovrà essere rivalutata e perequata a ritroso dal primo gennaio 2003, oltre all’erogazione di due distinti assegni vitalizi mensili cumulabili, con decorrenza retroattiva dalla data della diagnosi arrivata nel 2023.




