Basilicata

Referendum sulla Giustizia, facile identificare gli sconfitti meno i vincitori

Breve analisi politica sul referendum costituzionale sulla Giustizia: facile identificare gli sconfitti meno i vincitori


Alzare i toni non è sempre la scelta giusta. Se da un lato, è vero, la risonanza mediatica del messaggio aumenta esponenzialmente, dall’altro – soprattutto quando c’è una questione molto tecnica e di difficile comprensione – si rischia di spaventare l’elettore. Gli esseri umani, come già spiegava Freud un secolo fa, possiedono una natura conservatrice: di fronte a un cambiamento (soprattutto un cambiamento di così difficile comprensione) spesso scelgono di mantenere lo status quo.

Il Governo paga una campagna elettorale decisamente sopra le righe; che nelle ultime settimane aveva raggiunto picchi grotteschi. Una prima notizia del tutto positiva è, perciò, questa: la campagna referendaria è finalmente finita. Gaudete et exsultate: possiamo finalmente goderci qualche giorno senza leggere dichiarazioni deliranti (almeno sul tema referendum). Una notizia meno positiva, invece, è un’altra: l’impressione generalizzata è che non si sia votato nel merito della riforma, soprattutto perché i cittadini comuni non avevano l’opportunità di comprendere pienamente il quesito. Si può solo immaginare il timore reverenziale scaturito dal quesito così tecnico, letto dai cittadini nel grigio e solitario silenzio delle urne. Pertanto, si rende ancora più necessario un mea culpa circa le modalità della campagna referendaria. Invece di parlare di “plotoni di esecuzione” si poteva forse, con toni più pacati, informare meglio i cittadini? O forse si aveva paura di farlo?

Ma veniamo a una breve analisi politica. È facile identificare gli sconfitti, meno i vincitori. Perde sicuramente il Governo Meloni, che vede fortemente scalfita quell’aura di intoccabilità che aveva contraddistinto questi quattro anni di legislatura e che, soprattutto nelle ultime settimane, aveva prepotentemente personalizzato la sfida referendaria. È indubbio che per il Governo Meloni questo sia il momento peggiore dall’inizio del mandato, circostanza che potrebbe portare strategicamente anche a delle elezioni anticipate: prima la leggera perdita di consenso per la postura italiana nei confronti della crisi internazionale recente («oggi come sono andati i bombardamenti?»), poi questa sconfitta così netta e, soprattutto, con una affluenza molto alta per gli standard italiani.

Altro segnale importante: il centrodestra ha fondato quasi sempre i suoi recenti successi sulla compattezza. Leggendo i dati, però, scopriamo che sono più gli elettori di centrodestra ad aver votato no  rispetto agli elettori di centrosinistra ad aver votato sì. Questa sì che è una grande inversione di tendenza. Il centrodestra dovrà lavare i panni in casa propria.

I vincitori sono sicuramente i due frontman principali del No: Nicola Gratteri e Marco Travaglio. Quest’ultimo, in particolare, sembra essere il vero artefice e protagonista dell’opposizione al Governo. Il fatto che un giornalista sia l’unico capace di organizzare una vera opposizione in Italia dovrebbe far riflettere più di un persona.

Il cosiddetto campo-largo (forse bisognerebbe dire campo-stretto, visto che molte figure si erano schierate apertamente per il Si) raccoglie il lavoro di soggetti più “civici” che realmente politici ma, come vuole il gioco, sale sul carro dei vincitori e porta acqua al proprio mulino.

La domanda sorge spontanea: questo gruppo sarebbe capace di confermare questo risultato alle elezioni politiche? La risposta altrettanto spontanea, evitando visioni romantiche, è no (un no simile a quello referendario). Potrebbe però rappresentare un punto di partenza importante su cui il campo-stretto dovrebbe iniziare a lavorare. Ma un leader? Travaglio vuole forse candidarsi?


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