Andrew Wasylyk – Irreparable Parables: La grande bellezza :: Le Recensioni di OndaRock
Da sempre autore di ardimentosi accostamenti tra chamber-folk e spiritual jazz, Andrew Wasylyk, già frontman degli Hazey Janes e bassista negli Idlewild, recluta un ricco set di vocalist per l’opera più accessibile della propria carriera da solista, senza però rinunciare alle complesse e colte interazioni tra mondi sonori paralleli.
Il musicista scozzese ricorre ai consueti tessuti strumentali dalla malleabile e porosa natura melodica-ipnotica: archi, fiati, vibrafono, mellotron, fender rhodes e un tipico set pop-rock plasmano un atipico e raffinato mix di jazz orchestrale e neoclassica, tra citazioni folk che si incastrano con naturalezza in un mosaico multicolore.
Il ruolo dei vocalist arruolati per “Irreparable Parables” è più rilevante di quanto possa sembrare di primo acchito. Pur registrando le loro parti in assoluta autonomia, gli artisti sono stati coinvolti nel processo di scrittura dei testi. A Stuart Murdoch dei Belle And Sebastian spetta introdurre l’album con “Private Symphony #2”, una raffinata ballata pianistica dai toni chamber-folk che mette al centro la musica come atto creativo, dando il La a una serie di composizioni dai tratti dolenti (“The Cold Collar” con Gruff Rhys), a volte esotiche e abilmente contaminate dall’elettronica (“Hachi No Su” con Saya dei Tenniscoats), ma anche complesse e inclini a briose incursioni pop-prog (“In Portmanteau” con i Field Music); quel che resta costante è l’ispirazione che anima anche le pagine più inconsuete come la title track.
Per i nostalgici delle astratte sinergie tra neoclassica, ambient e jazz di Wasylyk, ci sono i sempre alchemici brani strumentali – “Road To The Amber Room”, “Soul Enters The Ocean Sun Climbs Out The Sea” – a far da collante tra le tante voci.
Va dato atto ad Andrew Wasylyk di aver sfidato alcune regole fondamentali per la riuscita di un progetto complesso come “Irreparable Parables”. Per quanto coeso, l’album è ricco di variabili, sia emotive che concettuali, e in questo puzzle sfavillante emergono con vigore due attimi di puro incanto, il primo offerto dall’alternarsi di stupore e meraviglia della vibrante festa di trombe, voci, archi e tempi ritmici di “Love Is A Lie That Lasts Forever” (al canto Molly Linen), l’altro è rappresentato dalla straordinaria performance vocale di Kathryn Joseph in “Spectators In The Absence Of God”, una struggente riflessione sulle sofferenze umane, scandita con una sacralità musicale che sembra uscire da un disco di Robert Wyatt, tra fiati e archi che si muovono con passo solenne mentre gli altri strumenti restano vincolati a una periodicità ossessiva: una perla perfettamente incastonata in un album di rara bellezza.
20/03/2026




