Stardust – Il brano della discordia

Bob Dylan, com’è noto, non ha mai amato i compromessi, a cominciare dal suo rapporto con il music business e con il pubblico. Questo atteggiamento diretto, spesso tagliente, si è riflesso anche nei giudizi sui colleghi. Eppure, nel suo percorso, il rispetto per Neil Young non è mai mancato: fin dagli anni Settanta i due hanno condiviso il palco, reinterpretato le rispettive canzoni e costruito un dialogo musicale fondato su una comune matrice folk-rock, conservando nel tempo un rapporto solido, basato sulla stima reciproca.
C’è però una curiosa eccezione che risale all’anno 1972, quando il giovane Zimmerman vide come fumo negli occhi una delle massime hit del Loner. E non tanto per una questione di gusto personale, quanto di somiglianza artistica. Quasi un atto di lesa sovranità.
È stato lo stesso Dylan a raccontarlo in un’intervista a Spin, al solito, senza troppi fronzoli: “L’unica volta in cui mi ha dato fastidio che qualcuno suonasse come me è stata quando vivevo a Phoenix, in Arizona, più o meno nel ’72, e il pezzo del momento era ‘Heart Of Gold’. Odiavo quando lo passavano alla radio. Mi è sempre piaciuto Neil Young, ma ogni volta che ascoltavo ‘Heart Of Gold’ mi dava fastidio. Credo sia rimasto al numero uno per parecchio tempo, e io pensavo: ‘Quello sono io. Se deve suonare così, allora dovrei essere io’. Ero lì, bloccato da qualche parte nel deserto, a cercare di rallentare un po’. New York era diventata pesante. Woodstock ancora di più: gente che viveva sugli alberi fuori casa mia, fan che cercavano di sfondare la porta, macchine che mi seguivano su per strade di montagna al buio. Avevo bisogno di fermarmi, prendere fiato, dimenticare tutto, me compreso. E poi me ne andavo lontano, accendevo la radio e c’ero io… ma non ero io! Mi sembrava che qualcuno avesse preso la mia cosa e se la fosse portata via, capisci, e non l’ho mai superata. Magari domani”.
Neil Young, naturalmente, non aveva alcuna intenzione di imitare Dylan, e lo stesso Dylan ne è consapevole. Eppure, al di là delle palesi differenze vocali, la struttura e il tono del brano richiamano effettivamente l’universo dylaniano. E lo stesso Young non ne è mai stato davvero entusiasta del risultato finale, nonostante il successo – o forse proprio a causa di esso. Nelle note di “Decade”, scrisse: “Questa canzone mi ha portato al centro della strada”. Riferendosi poi alla cosiddetta “ditch trilogy” che seguì, aggiunse: “Viaggiare lì è diventato presto noioso, così ho puntato verso il fossato. Un percorso più accidentato, ma con persone più interessanti”.
“Heart Of Gold” continua a dividere anche i fan di Neil Young. Da una parte, c’è chi ne riconosce la costruzione perfetta e l’indubbio appeal melodico, dall’altra c’è chi la vede come una formula troppo accomodante.
Se c’è una canzone che ha segnato il passaggio di Neil Young da figura della controcultura a nuovo volto del rock più popolare, quella è proprio “Heart Of Gold”. Brano centrale di un capolavoro come “Harvest”, rappresentò uno dei massimi successi di Young, raggiungendo il primo posto della Billboard 100 e segnando il momento di maggiore esposizione commerciale per il Loner, primo artista canadese a raggiungere quel risultato. Il testo racconta con estrema semplicità la ricerca di qualcosa di autentico – una “miniera” simbolica in cui scavare alla ricerca di un cuore puro. Una metafora immediata che si sposa a una splendida melodia pop accompagnata dalla pedal steel di Ben Keith, dall’armonica e dalla chitarra acustica, con i cori di James Taylor e Linda Ronstadt ad aggiungere ulteriore fascino.
In ogni caso, l’episodio non ha minimamente incrinato il rapporto tra Dylan e Young, rimasto sempre solido fino ai nostri giorni. I due hanno continuato a collaborare ed esibirsi insieme anche negli anni successivi, fino al concerto del 1994 al Roseland Ballroom di New York. Ma senza mai eseguire insieme “Heart Of Gold”…
20/03/2026




