Innovazione e etica imprenditoriale: il futuro del Mezzogiorno
Nei giorni scorsi mi è capitato di incontrare, a Ragusa, un gruppo di imprenditori impegnati su più fronti – da quello agricolo a quello dei servizi, dalla siderurgia alla logistica – per una conversazione sui temi della responsabilità, della sostenibilità e, più in generale, del fare impresa in aree tendenzialmente problematiche come il Mezzogiorno. Che questa iniziativa rivendicasse una sua originalità è parso evidente sin dalla scelta del luogo: il Ricca Innovation Center, l’elegantissimo quartier generale della Ricca It, azienda tra le più attive nel campo dell’innovazione, a conferma di una storia pluridecennale, cominciata settant’anni fa nel comparto meccanico e ora, giunta alla terza generazione, approdata all’informatica applicata a servizi di cybersecurity, intelligenza artificiale, gestione e implementazione di centri di supercalcolo. Ma non è stato il salto dalla meccanica all’informatica ad aver conferito una specie di allure olivettiana sia a questa realtà imprenditoriale, sia alle altre presenti nell’incontro, piuttosto la prospettiva etica che le accomuna, il ruolo sociale che svolge, come esperienza di comunità al servizio di un territorio e anche come testimonianza di fedeltà a un progetto fortemente radicato nel tessuto di una Sicilia etica e illuminata, che lo scrittore Vittorini avrebbe definito patria di Gran Lombardi. Si tratta di un tema cruciale per le sorti del Mezzogiorno, attraverso cui transita la via per restituire ai territori e alle comunità che vi hanno messo radici la speranza di uno sviluppo, tanto più se si intende arginare il processo di spopolamento a seguito delle nuove emigrazioni di forza giovani e meno giovani. Ragionando proprio in termini di responsabilità, per tutta la durata dell’incontro, l’argomento assunto a comune denominatore dagli imprenditori presenti ha avuto l’effetto di elevare a paradigma il nome di Olivetti, se non altro in termini ideali, come modello esemplificativo di un’esperienza tanto lontana nel tempo quanto persuasiva per forza di magistero; esperienza che evidentemente continua ad agire nei presupposti di un Mezzogiorno in discontinuità nei confronti dei retaggi che nel tempo hanno alimentato, spesso deformandola, la sua stessa immagine. È il caso di ricordare, a questo punto, a quali risultati giunge l’analisi di Gian Paolo Manzella e Marcella Panucci, contenuta nel recente «Quaderno Svimez», Tra competitività e coesione. Vicende della politica industriale Ue (1958-2025). L’ultima parte del lavoro riguarda il rapporto tra l’esigenza di sviluppo, che si trova al centro del dibattito sulla neoquestione meridionale, e le opportunità che l’Europa mette a disposizione. Gli autori dell’indagine parlano, infatti, di «occasione europea» e lo fanno a ragion veduta, insistendo sulla valorizzazione di quella che è diventata oggi la fisionomia dell’industria meridionale, a partire dai settori nei quali dimostra maggiore competitività: dall’automotive (l’85% delle autovetture italiane sono prodotte in Abruzzo, Basilicata, Campania e Molise) al cleantech (l’eolico, il fotovoltaico) che a Catania incontra una delle realtà produttive, come la Enel 3Sun, destinata a diventare la più grande fabbrica solare del vecchio continente. Mettere insieme le politiche industriali elaborate a Bruxelles e le attese di territori decentrati e con uno sviluppo a macchia di leopardo, come per esempio la provincia di Ragusa, è una sfida che sotto diversi punti di vista, se coinvolgesse soltanto le risorse della tecnocrazia, potrebbe vedere ridotte le possibilità di successo. Sempre più si rende necessaria invocare intorno a questo discorso programmatico la presenza di altre figure, quella degli umanisti in particolare, cioè coloro i quali chiedono il diritto di parola in nome di una tradizione culturale di lunghissima tenuta. E questo ci viene indirettamente ricordato anche da Manzella e Panucci nel «Quaderno Svimez» nel momento in cui riconducono il ragionamento alla figura di Altiero Spinelli. Il quale, appunto, quando negli anni Settanta ricopriva la carica di commissario all’industria nel governo presieduto da Franco Maria Malfatti, immaginava un’idea di sviluppo che tenesse in considerazione qualità della vita ed equilibri territoriali, si spingeva a enunciare il carattere comunitario delle diverse azioni di governo e pensava a un’economia che per ciascun Stato europeo procedesse tenendo ben presente la distinzione tra livello europeo e livello nazionale.
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