Cultura

Flavio Giurato :: Le interviste di OndaRock


Incontriamo Flavio Giurato poco prima del suo concerto all’Auditorium Novecento di Napoli, penultima tappa del tour di presentazione del suo ultimo album, “Il Console Generale“, tra ricordi degli anni vissuti da busker a Londra, amori impossibili, improvvisi ritorni in scena e un nuovo futuro tutto da scrivere.

Per registrare il tuo ultimo album “non sono serviti né leggìo né carta scritta, nessun diaframma tra il microfono e il suono, in accordo alle fasi lunari”. Ebbene, da dove nasce questa scarnificazione?
Tutta l’ultima mia produzione è così, è molto scarna di suono, molto essenziale, ecco magari è meglio dire di suono. Poi all’ultimo pezzo, invece, cambia tutto. Anche ne “Il manuale del cantatore” opero alla stessa maniera, c’è “Mi-Lang” che invece ha un arrangiamento a piano organico: ci tengo alla scelta di suonare in maniera essenziale con pochi strumenti, e poi alla fine mi piace invece offrire quello che possono essere le possibilità di un organico più estetico, insomma è una scelta, appunto, di suono.

“Il Console Generale”, citando le note di presentazione, “ha una proposta per trattare la propria sorte di fronte alla prospettiva sempre in agguato dell’allineamento”: ma oggi è più difficile non allinearsi rispetto a decenni passati, dati i richiami ormai quasi endemici dei social, oppure no?
Sì, direi che adesso è molto diverso da un tempo perché c’è appunto un allineamento forzato, inaudibile, la descrizione che citi poi l’ha scritta Guido Celli che ha fatto anche la copertina, lui è un poeta, lavoriamo sempre insieme per questo tipo di cose.

Chi è il cosmonauta intrepido?
Sono io mentre a Ischia, perché io sono cittadino foriano d’adozione per quel che riguarda l’estate, ascolto mio figlio piccolo cantare questa tiritera che dice “intrepido cosmonauta, intrepido cosmonauta”. La ripetevo continuamente fino a che un giorno lui mi ha detto “Sei licenziato”, e io “Ma come sono licenziato? Non mi puoi licenziare, io sono l’intrepido cosmonauta”. Per cui questa cosa è rimasta lì negli anni. E’ una canzone che oggi dedico a mio nipote, ed è una ninna nanna che fa da introduzione al pezzo che viene dopo, dando un senso di calore, di intimità, di serale alla canzone successiva che ha ben altro umore perché parla di un campo di sterminio.

Cosa ricordi degli anni londinesi vissuti da busker?
Sì, sono stato un busker, ho suonato in metropolitana di Londra e a Portobello Road. Non sono più tornato in tempi recenti a Londra, che so che è molto cambiata, ai miei tempi era un villaggio amichevole, adesso addirittura sento parlare di coltelli, rapine, cose veramente inaudite. Il ricordo è quello di un luogo geografico speciale e di un momento storico irripetibile. All’epoca andavo spesso all’Hard Rock Café a mangiare roba americana. Ho tanti ricordi sparsi, soprattutto di quando suonavo in metropolitana, che era molto libera, adesso vedo che i musicisti per suonare lì devono avere addirittura un patentino. Quando ci suonavo io era soltanto un luogo in cui incontrarsi tra buskers, e magari scambiarsi i posti dove passava meno polizia o erano semplicemente più caldi d’inverno. Avevo proprio una mappa di spazi dove poi suonavo di volta in volta.

A un certo punto canti anche in dialetto napoletano…
L’ho sempre usato, sono sempre stato affascinato dal napoletano, ho fatto in passato anche un pezzo in napoletano, adoro cambiare timbro e lingua, è una prospettiva a cui non so rinunciare, mi dà modo di allargare la testa. “Laura e il Cubano” nasce poi da un fatto vero, perché quando ero a tempi del liceo nel nostro gruppo di amici e amiche c’era il Cubano, tutti sapevano che il Cubano era cubano, ma un giorno Laura mi disse “Guarda, mi ha detto il Cubano che non è cubano per niente”, insomma mi sono basato su fatti veri.

In “Ricarica” invece canti “Non si ama chi non canta e non chi ama […] Voglio effettuare una ricarica con te”. Dicci di più.
Questa canzone è nata proprio a Ischia. C’è un vecchio video in cui la canto la cappella davanti a tutta la mia famiglia. E’ un brano che racconta la storia d’amore disperato tra un caricatore Nokia e un telefono Panasonic. Essendo diversi, non si incontreranno mai, ed è per questo che poi canto “le plastiche sconformano i polimeri, divergono”, sottolineando così ancora di più un’unione impossibile.

Ripensando a un disco come “La scomparsa di Majorana” viene da chiederti: hai mai sognato un mantello dell’invisibilità?
No, ma il mantello dell’invisibilità anche da giovane a me lo metteva una macchina fotografica in mano o una macchina da ripresa. Essere invisibile per raccontare, tutto qua.

Oggi secondo te viviamo davvero un periodo decadente in tutto oppure vedi in qualche modo anche una luce?
Non sono catastrofista, sono convinto che stiamo in una fase di passaggio da quello che è stato il dominio dell’uomo a quello che sarà il dominio delle macchine. Quindi ce la dobbiamo campare. Adesso ci sarà il computer quantistico che cambierà la nostra vita tanto quanto l’ha cambiata il computer normale. Dovremmo fare i conti col fotone. Se l’elettrone ci ha portato sulla Luna, il fotone ci porterà su Marte. Sarà il giorno in cui l’uomo saprà che non conterà più assolutamente nulla come razza e le decisioni le prenderanno le macchine autonomamente. Quindi è un’epoca sicuramente interessante, in quanto testimonia un passaggio inevitabile.

Carlo Massarini ti definì come “il fiume carsico che riemerge molte miglia più in là, quando nessuno se lo aspetta più”. E’ così?
Ormai è un’etichetta che porto dietro (sorride, ndr). E’ molto lusinghiero essere comunque un fiume anche se è carsico. Anzi lo è di più, perché c’è più mistero, il fiume carsico è più imprevedibile. Quindi mi va benissimo il copyright di Carlo Massarini.

Che ricordi hai degli anni di Mr. Fantasy?
Mi torna in mete la Milano di quegli anni lì, ma anche Tenerife. Li ricordo bene tutti gli anni di Mr. Fantasy, dove tutto ruotava intorno a via Solferino, all’albergo delle dodici stanze che ospitava tutti noi, poi c’era sempre il panino giusto. Milano è una città dalla bellezza nascosta, non così palesemente esibita come Roma, ma è una città meravigliosa, mi piace tanto.

Poi c’è negli anni 90 ha trascorso un periodo lontano dalla musica…
È servito a imparare un altro mestiere, dato che sono andato a lavorare in Rai come regista. In quegli anni ho lavorato tanto con le cosiddette riprese esterne, che è un lavoro che somiglia di più al cinema che alla televisione, perché veramente devi impiantare un set esattamente come se fosse un set cinematografico. Quindi ho imparato tanto anche in questo ambito, dopodiché c’è stato il passaggio dall’analogico al digitale, e quest’ultimo mi ha permesso di iniziare un’attività artigiana, di fare dischi in questa famosa mia bottega artigiana. Da lì sono nati i miei album di maniera, appunto senza leggìo, senza musica scritta, senza diaframmi, senza obblighi di tempo. La percezione del tempo ormai è cambiata, in quanto ha assecondato l’evoluzione scientifica.

In che senso?
Il tempo rigido va bene per la produzione industriale, scandita da questi tempi feroci e spaccati al secondo, mentre io preferisco un tempo naturalmente dettato da un battito cardiaco piuttosto che da una macchina. In questo modo riesco a dire ti amo o ti odio in una maniera in cui posso magari un po’ accelerare o un po’ rallentare. Quando invece è la macchina a decidere il tempo, è tutta la stessa pappa, soprattutto ora che gli strumenti si fanno con i plug-in, e i plug-in sono tutti uguali e quindi viene fuori tutto allo stesso modo, è tutto standardizzato anche con gli strumenti acustici e a me questo non piace.

Cosa ascolti negli ultimi tempi?
La radio. Purtroppo è tantissimo che non compro un disco, so che è grave, ma da un po’ di tempo ascolto perlopiù la roba che mi sono sempre ascoltato, certo in alta fedeltà, a quello credo ancora, dato che ho gli strumenti giusti e un’idea professionale di come ascoltare bene la musica a casa. Però, in generale, è solo la radio che ascolto in auto ad aggiornarmi di più sulle novità.

C’è una tua canzone che doneresti a un alieno?
Tagliamo la torta e diciamo “Atene 4”, che è contenuta proprio ne “Il Console Generale”, perché è l’ultimo pezzo che ho composto. Presto arriverà finalmente anche un mio album in inglese. Avrei voluto farlo anni fa, è una vita che lo dico, già da molto tempo prima del mio primo album in italiano, ma alla fine non se n’è mai fatto niente per futili motivi. Conterrà delle canzoni che risalgono ai miei anni londinesi, sarà un “Recent Happenings”. All’alieno comunque lascerei “Atene 4”, anche perché non credo che ci saranno altri miei dischi di canzoni. Non è che lascio o mi ritiro, per carità, diciamo che continuerò per altre strade più legate a quella che è la rappresentazione in pubblico, sia teatrale che cinematografica.

(16 marzo 2026)




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