Salute

Trump mira al controllo dell’isola con la leva del petrolio (solo ai privati)

di Sara Romanò*

Da giorni Trump ripete che a Cuba la situazione è gravissima: mancano soldi, petrolio e cibo. In questo contesto, sostiene, alcuni leader cubani starebbero negoziando con gli Stati Uniti. Gli Usa — prevede — assumeranno presto il controllo dell’isola, in modo amichevole o, come ha aggiunto lunedì, anche non amichevole. I problemi di Cuba, dice, derivano dalla “cattiva filosofia” del governo.

Trump dice il vero sul rischio di una crisi umanitaria a Cuba. Omette però che questa condizione è perseguita deliberatamente dalla sua amministrazione. Solo negli ultimi due mesi Trump ha bloccato le esportazioni di petrolio venezuelano a Cuba, ha dichiarato l’isola una minaccia per la sicurezza degli Usa intensificando le operazioni navali e ha minacciato dazi ai paesi che le forniscano petrolio, pur non avendone la facoltà, come ha chiarito recentemente la Corte costituzionale.

A questo si aggiunge una nuova iniziativa giudiziaria. Il procuratore federale Reding Quiñones, fedele al presidente e a capo dell’inchiesta sulla presunta “grande cospirazione” dei democratici contro Trump, ha istituito un gruppo di lavoro per avviare procedimenti penali contro i leader cubani. L’obiettivo sembra ricalcare il modello venezuelano: l’incriminazione potrebbe offrire una giustificazione legale e politica per catturarli fuori dal territorio statunitense, come accaduto a gennaio con Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores.

Tutte queste misure si aggiungono allo storico embargo, ora rafforzato dall’inserimento di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo, deciso nei primi giorni della presidenza Trump. Si aggiungono inoltre le crescenti pressioni sui paesi — inclusa l’Italia — che impiegano personale medico cubano nei propri sistemi sanitari affinché interrompano questi accordi. Come se non bastasse, pochi giorni fa un motoscafo con dieci cubano-americani armati è entrato nelle acque territoriali cubane senza fermarsi all’alt della guardia costiera, che ha risposto aprendo il fuoco.

A trattare con Cuba sarebbe il sottosegretario di Stato Marco Rubio. Per anni Rubio ha costruito il proprio consenso criticando la politica di riavvicinamento di Obama verso Cuba, sostenendo che nessun accordo dovesse essere fatto con il governo dell’isola. Oggi però sembra rivedere questa posizione. In una recente intervista ha lasciato intendere che un collasso dello Stato cubano comporterebbe costi e rischi anche per gli Usa, soprattutto in termini economici e di immigrazione incontrollata. Il suo intransigente purismo sembra perciò aver lasciato spazio a obiettivi più pragmatici, centrati su riforme economiche più che politiche.

Dopo un mese di crisi energetica per il blocco delle forniture, gli Usa hanno autorizzato la vendita di petrolio alle piccole e medie imprese private cubane. La decisione ha scontentato i cubano-americani che chiedono il pugno duro per rovesciare il socialismo sull’isola. Rubio si è perciò affrettato a chiarire che il petrolio arriverà solo alle imprese private e che nemmeno una goccia sarà destinata alle imprese e alle istituzioni statali.

Con questa mossa gli Usa sottraggono alle istituzioni cubane la capacità di produrre, distribuire e controllare beni e servizi essenziali e decidono quali attori sull’isola possano accedervi. Diventano così i gatekeeper, i controllori dell’accesso a risorse fondamentali: energia elettrica, benzina, gas e tutti i servizi che dipendono dal petrolio — trasporti, macchine elettromedicali, produzione agroalimentare, servizi idrici.

Il petrolio — ha ribadito Rubio — arriverà quindi “alla popolazione”. In realtà solo a quella parte che potrà permetterselo, perché dovrà acquistarlo a prezzi di mercato che saranno alti in un paese dove il petrolio scarseggia. Chi riceve rimesse dall’estero o possiede attività in dollari potrà alimentare generatori, auto, pompe dell’acqua o ventilatori. Gli altri no. Alla punizione collettiva, una minoranza con maggiori risorse economiche potrà sottrarsi in parte.

È una strategia che punta cinicamente a spingere le persone a soddisfare bisogni essenziali e collettivi attraverso soluzioni individuali, svuotando il legame di cittadinanza. Un’idea opposta di cittadinanza è invece quella degli organizzatori del Convoy to Cuba, che stanno preparando una flottiglia per portare a ospedali, scuole e famiglie in difficoltà aiuti, medicinali e solidarietà, chiedendo il rispetto del diritto internazionale. In questi giorni sono attivi punti di raccolta in molte città d’Italia e del mondo.

*sociologa del dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di Torino


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