Giacinto Facchetti raccontato dal figlio Gianfelice
Un piccolo grande libro racconta, con l’espediente del calcio, un’epoca irripetibile e anche un’Italia che non c’è più. “Le figurine del capitano”, scritto da Gianfelice Facchetti (prefazione di Javier Zanetti) per la napoletana Garrincha edizioni è un viaggio nel tempo carico di passione, affetto e nostalgia.
Gianfelice, attore dall’animo sensibile, svela come, qualche tempo fa, abbia preso a collezionare, ma sarebbe meglio dire recuperare, tutte le figurine di capitan Giacinto sparse per il mondo. Con la maglia dell’Inter e quella della Nazionale. In verità, ci spiega l’autore, l’iniziativa si deve a sua moglie Alice, motore inesauribile di una ricerca che continua ancora.
Ed è curioso scoprire che, tra le tante, la sua preferita sia in realtà una vignetta: “Testa alta, braccia aperte all’insù, Giacinto corre leggero accompagnato da farfalle che gli volano attorno. Sempre Panini, sempre la matita elegante di Prosdocimi a disegnare (…)”.

E dietro questa scelta c’è un delicato perché: “Quando ho portato la mia esperienza di attore e regista dentro le mura di un carcere, ho imparato da una persona detenuta che quando una farfalla ti vola vicino significa che sta per arrivarti una notizia positiva: tutte le volte che trovo una figurina che mi manca per me infatti è come se ne arrivasse una da qualche posto sconosciuto; una specie di segnale, qualche riga in più da aggiungere a una storia senza fine, un segno di continuità al di là del tempo passato”.

Sticker da ogni dove e di ogni tipo per mantenere vivo nella memoria il legame indissolubile e unico che unisce ogni padre a un figlio. Anche un papà molto speciale come Giacinto, esempio sul rettangolo verde trasferibile anche in altri campi e fonte di ispirazione per molti. Al di là della maglia (il nerazzurro dell’Inter impresso nel cuore, i colori dell’Italia come un vanto).

Come quando, correva l’estate del 1978, decise di non partecipare ai Mondiali in Argentina. Aveva subito un brutto infortunio e sentiva di non essere al massimo, di non avere recuperato. Nonostante il corteggiamento di Enzo Bearzot che lo volle comunque con sè ad accompagnare la spedizione della Nazionale in Sudamerica.

Luis Suarez, Armando Picchi, Mario Corso, Aristide Guarneri e Giacinto Facchetti posano davanti ai trofei vinti dalla Grande Inter. Le Coppe sono la Coppa dei Campioni del 1964 e 1965 e la Coppa Intercontinentale del 1964
Un esempio di grandezza e umiltà, un uomo capace di farsi da parte da solo, di non speculare, in un Paese da sempre attaccato a ruoli, incarichi e poltrone e dove la parola dimissioni è rara come una bufera di neve in pieno agosto a Palermo.
Nel libro Gianfelice ne parla diffusamente e ricorda anche come il magico mondo delle figurine possa, talvolta, ribaltare la realtà, come avvenne per quel Mundial: “Cosa raccontano gli album stampati in Italia e nel mondo per quell’evento? Dicono che Facchetti fosse lì, in campo, titolare anche non correndo e non giocando presente e puntuale come sempre con la fascia al braccio”.

Il romantico viaggio nel tempo di un figlio e del suo celebre papà va avanti. Lo dice a chiare lettere Gianfelice nelle pagine di questo piccolo (nel formato) grande libro. “Ogni volta che prendo in mano il mio album privato e comincio a sfogliarlo (….) ho la certezza che ci sarà sempre qualcosa da cercare, un pezzo mancante e raro, perché la cosa più bella in questa fantasticheria di facce e colori è l’incompiutezza: un mosaico a cui potrebbe aggiungersi sempre una tessera in più, un raccordo, un’opera con i puntini finali di sospensione…”.
Giacinto Facchetti, umanissimo eroe sportivo, continua a vivere nelle figurine, nelle medagliette, nei ritagli di carta, nei tappi di bottiglia, negli adesivi che lo raffigurano e che un “detective” particolare, suo figlio, non si stancherà mai di scovare. Ovunque si trovino.
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