Lazio

il narcos dei Senese che univa le mafie nel nome del profitto

Dalla costa caraibica della Colombia fino alle aule del Tribunale di Milano. Si chiude così la lunga fuga di Emanuele Gregorini, 36 anni, conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “Dollarino”, ritenuto dagli inquirenti uno degli uomini chiave della maxi inchiesta Hydra.

Arrestato a Cartagena de Indias esattamente un anno fa, è stato ora estradato in Italia al termine di una complessa operazione di cooperazione internazionale tra la polizia colombiana e il Servizio per la cooperazione internazionale di polizia.

Il suo arrivo nel Paese avviene in un momento delicato per il procedimento giudiziario: proprio mentre il processo sta entrando nella fase centrale.

Per la Direzione distrettuale antimafia di Milano, Gregorini non era un semplice latitante, ma uno degli ingranaggi più importanti di quello che gli investigatori hanno definito un sistema criminale trasversale, capace di mettere in rete organizzazioni mafiose storicamente rivali.

Il presunto “collante” tra mafie diverse

Nel quadro accusatorio delineato dalla procura milanese, Gregorini avrebbe agito come referente della componente romana legata al clan Senese, mantenendo rapporti operativi con esponenti della ’ndrangheta radicata in Lombardia e con emissari di Cosa Nostra.

Un ruolo delicato, quasi da mediatore, che secondo gli investigatori lo avrebbe portato a partecipare a incontri riservati tra i diversi gruppi criminali.

Tra questi compare anche un vertice che si sarebbe svolto a Dairago, nell’hinterland milanese, dove si sarebbero discusse strategie e nuovi affari.

L’obiettivo, secondo la ricostruzione della Dda, era quello di consolidare una sorta di alleanza operativa tra mafie, una struttura capace di superare le divisioni territoriali e coordinare interessi economici comuni.

L’intercettazione che racconta il sistema

Uno dei passaggi più emblematici dell’indagine arriva da una conversazione intercettata dagli investigatori.

In quel dialogo Gregorini avrebbe richiamato gli altri membri dell’organizzazione alla necessità di garantire il sostegno economico agli affiliati detenuti.

Un principio considerato sacro nelle organizzazioni mafiose: prima di tutto i carcerati.

Per gli inquirenti quelle parole non rappresentano solo uno sfogo, ma il segnale di un vincolo associativo forte, alimentato anche da una cassa comune destinata a sostenere i membri finiti dietro le sbarre, indipendentemente dalla loro appartenenza ai diversi clan.

La tecnologia al servizio del narcotraffico

Dalle indagini emerge anche il livello di sofisticazione raggiunto dal gruppo. Per far arrivare cocaina in Europa senza attirare l’attenzione dei controlli doganali, l’organizzazione avrebbe utilizzato una tecnica sorprendente: la stampa 3D per replicare i sigilli di sicurezza dei container.

Il sistema, secondo la ricostruzione investigativa, permetteva di aprire i container nei porti o lungo la catena logistica, inserire la droga tra le merci e richiudere tutto con sigilli identici agli originali.

Una manomissione praticamente invisibile a un controllo superficiale.

L’inchiesta Hydra verso il processo

Il ritorno in Italia di Gregorini coincide con una fase decisiva dell’inchiesta. A gennaio scorso il procedimento con rito abbreviato ha già portato a 62 condanne, mentre il processo ordinario prenderà il via il 19 marzo davanti ai giudici milanesi.

Per “Dollarino” si apre ora il confronto con la giustizia italiana.

La procura lo considera una figura di collegamento tra i capitali criminali legati al clan Senese e gli interessi delle organizzazioni mafiose calabresi e siciliane nel Nord del Paese.

Dalla fuga oltreoceano all’aula del tribunale: il prossimo capitolo della vicenda si scriverà ora davanti ai giudici, nel cuore giudiziario di Milano.

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