Cultura

The Mountain: Sulla cima della montagna incantata :: Le Recensioni di OndaRock

You know the hardest thing
Is to say goodbye to someone you love
That’s the hardest thing

La morte, il lutto e infine l’idea liberatoria che la vita, in altre forme, continui. Una credenza con la quale Damon Albarn e Jamie Hewlett sono scesi a compromessi quando hanno perso, a distanza di dieci giorni, i rispettivi padri e che hanno poi tradotto in musica in “The Mountain”, l’album con il quale gli ologrammi gettano la maschera e rivelano il vero volto, quello umano, fatto di emozioni, di vuoto, di redenzione.

L’immagine di Damon Albarn che nella mezzanotte di Varanasi, l’antica città indiana al centro delle tradizioni di pellegrinaggio, morte e lutto del mondo induista, giunge sulle rive del Gange per spargere le ceneri del defunto padre è l’istantanea che fissa il nuovo lavoro dei Gorillaz. “Quello che capisci – spiega Hewlett, che proprio durante un viaggio in quel paese ha recentemente perso anche la suocera – è che non c’è posto migliore dell’India per fare i conti con la morte. In Occidente, la morte è definitiva. In India, invece, la tristezza nasce dal sapere che non vedrai più quel familiare in questa forma, ma celebriamo l’idea che ricomincerà”.

Sulla cima di una montagna mai come in questo caso incantata, i Gorillaz – al nono album in studio, il primo per l’etichetta casalinga Kong – ci arrivano in compagnia di tanti ospiti, come da consolidata abitudine. Stavolta, però, non tutti in carne e ossa: il disco è popolato di fantasmi di vecchi amici e colleghi, presenze tuttavia più reali e vive che mai. Tony Allen, ex-compagno di scorribande musicali scomparso nel 2020, apre “The Hardest Thing” in una nuvola ambient che si trasforma in un piccolo complesso orchestrale, e che fa il paio concettualmente con la successiva “Orange County”. Lo spirito di Dennis Hopper aleggia nella title track, la prima di una serie di canzoni in cui il sitar suonato da Anoushka Shankar rievoca un altro spirito, quello del padre, il grande Ravi Shankar. A trasformare “Delirium” in un baccanale dance-pop ci pensa Mark E. Smith, con il suo inconfondibile e rimpianto stile.

Registrato tra Londra e diverse città americane e indiane, “The Mountain” alterna continuamente sacralità e spensieratezza, musica tradizionale e pop, declinato nelle più svariate forme. Se è indubbio che il primo riferimento sia qui proprio l’India, per evidenti motivi, non mancano inflessioni africaneggianti in “The Happy Dictator“, ottimo singolone a braccetto con gli Sparks, già sdoganato nelle scorse settimane e riferito a un viaggio compiuto da Albarn insieme alla figlia in Turmenistan, o il Medioriente sintetico di “Damascus”, nel quale spuntano Omar Souleyman e Yasiin Bey, o ancora il Sudamerica che fa da sfondo all’hip-hop di “The Manifesto”, magistralmente condotto per mano dal rapper argentino Trueno. Una presenza ricorrente in scaletta – tra le tante – è Johnny Marr, al quale nella chiaroscurale “Casablanca” si affianca un’altra leggenda del rock britannico: Paul Simonon.

Da segnalare, ancora, l’andamento 2 tone tipicamente Gorillaz-iano di “The God Of Lying”, con ospiti gli Idles, e anche il midtempo sintetico di “The Plastic Guru”, ammantato non solo da uno splendido ritornello, ma anche dalla presenza di un coro bollywoodiano ingaggiato a Mumbai. E visto che in questo lungo periplo siamo tornati in India, e più precisamente nell’universo senza confini di Bollywood, non si può non citare la presenza al microfono della diva novantunenne Asha Boshle in “The Shadowy Light”, che declama: “Abbassa la mia barca nelle acque profonde/ E portami dall’altra parte/ Dove non c’è gioia né dolore/ Né vittoria né sconfitta/ Dove l’universo diventa tutt’uno con me”.

27/02/2026




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