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Galya Bisengalieva – Polygon Reflections: Suoni dal bunker atomico :: Le Recensioni di OndaRock

I wanted to hold the beauty and the violence together
Galya Bisengalieva (easterndaze)

Nel nordest del Kazakistan, una sterminata distesa di erba grigia è la steppa di Semipalatinsk, un luogo remoto e isolato che era stato scelto dall’Unione Sovietica come “polygon” nucleare. I test atomici hanno stravolto il paesaggio irreversibilmente, e puntellato il pianoro di bunker brutalisti, concrezioni geometriche di cemento trapezoidali e sinistre.
Dall’ecosistema desolato è partita Galya Bisengalieva per il suo “Polygon” del 2023. Qui la violinista kazaka immerge il suo strumento in brulli tappeti elettronici, glitch minimali e beat compassati che smaterializzano le melodie, le rendono eco di un passato arcaico infettato dal genio dell’uomo.
L’ambient della Bisengalieva sta a Brian Eno come Roy Andersson sta a Wes Anderson. L’opera è tetra e dipinge il vuoto con stile.

“Polygon Reflections”, arrivato due anni dopo, dovrebbe essere un disco di remix, ma all’ascolto appare subito come opera fruibile a sé stante, massiccia e severa. I musicisti chiamati a collaborare si impegnano in un radicale lavoro di riscrittura dei brani, scolpiscono nuove architetture per infestarle di fantasmi, espandono le suggestioni in allucinazioni e restituiscono un lavoro che l’aggettivo monumentale connota perfettamente.
L’atmosfera soffusa dell’originale “Alash-kala” è stravolta nella incendiaria versione di The Bug, trasfigurata dai venti atomici. Il beat pesantissimo, l’elettronica in cadenza verso le esplosioni granulose dei feedback, l’andamento dub dilatato inscenano il delirio della catastrofe con incursioni post-industrial alla Nine Inch Nails versione “Not Actual Events”. Una brutalità davvero soddisfacente all’ascolto che affonda poi nella calma allarmata del doppio “Saryzhal” rielaborato con esiti difformi dalle sensibilità di Hatis Noit e KMRU.

Nella prima edizione, una voce femminile ferita evolve il suo racconto da uno scosso recitativo a un fragile canto, adagiato su un tappeto drone cupo e poderoso, che aumenta portata e densità fino tacersi e confluire nella stratificata pièce ambientale della seconda edizione; atto di deposito e stasi della medesima materia.
“Polygon” si sbriciola in glitch e artefatti, tra i quali una voce monocorde dà testimonianza del trauma; le texture e gli appunti di violino arricchiscono l’atmosfera come i riflessi gettati dal fuoco notturno intorno al quale ci si raduna per rievocare. Un canto popolare gracchia da un vecchio altoparlante, simbolo del passato annichilito, confinato nei precari strumenti della civiltà post-atomica.

La natura si svela poi tra le ali più riflessive di “Sary-Uzen” (il fiume che scorre a nord del Polygon) e “Balapan” (immagine di villaggi rurali); e nella voce trasfigurata di Aisha Devi, che in “Chagan” (il lago atomico creato dalle esplosioni), recita come una bucolica e transcontinentale Baby Grace di “1.Outside”.
La vera meraviglia del disco sta però nel finale con il doppio “Degelen” affidato prima ad Alva Noto e poi a Kevin Richard Martin (alias The Bug). La riscrittura di Alva Noto orchestra l’elettronica insieme al violino della Bisengalieva in una vitale rifioritura, una poesia sonora alla steppa. L’atmosfera trasognata dei vibrati e dei raffinati appunti elettronici circuitali diventa un volo d’aquila sulle sterminate distanze; l’esperienza di un’assenza innervata di forza vitale. L’intensità in crescendo, sostenuta da tappeti sonori sontuosi e dalle escursioni del violino, tra riverberi e frammentazioni schiude un beat glitch generato da regioni sonore remote.
Martin riprende l’industrial del primo brano, ma lo rallenta e lo sopisce con un beat ipnotico diluito in un feedback corposo e poco mosso, che modula la sua intensità aggravando o alleggerendo l’atmosfera in un gioco di vuoti e pieni da trip-hop catacombale.

Un’opera preziosa, forse più suggestiva dell’originale, che rievoca la più metafisica delle razionalità: l’allucinato sogno di onnipotenza umana. Dai paesaggi naturali inabitabili questi brani riaffiorano come i relitti di Osimandia “…look on my works, ye Mighty, and despair!”.

07/03/2026




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