Economia

Longevità e risparmio, la vera sfida è iniziare presto

Negli ultimi anni la longevità è passata da tema demografico a questione personale: non riguarda più solo quanto vivremo, ma come e con quali risorse affronteremo una vita più lunga. L’allungamento dell’aspettativa di vita, intrecciato alla denatalità e alla fragilità dei conti pubblici, impone una riflessione che va oltre le statistiche e tocca le scelte individuali di risparmio, previdenza e protezione. Ne abbiamo parlato con Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum.

In un Paese che invecchia rapidamente, con un welfare pubblico sotto pressione e un’aspettativa di vita sempre più lunga, qual è oggi la principale sfida che la longevità pone alle famiglie italiane dal punto di vista economico e finanziario?

“Di longevità ne parlano tutti, ma quando un argomento è di dominio pubblico il rischio è di rimanere in superficie e farsi scivolare addosso un tema centrale. Per interpretarla correttamente, occorre andare in profondità e mettere sul piatto tutti gli elementi correlati alla longevità. La longevità fa il paio con demografia. Ogni anno tocchiamo il minimo storico per numero di nuovi nati, mancando di anno in anno il pareggio sulla bilancia demografica. Meno nati, in prospettiva, corrispondono a meno contribuenti. Già nel 2024 il bilancio dell’Inps ha chiuso con un disavanzo di 50 miliardi alla voce pensione e nei prossimi dieci anni 6,1 milioni persone passeranno dall’essere contribuenti all’essere pensionati. Altro dato drammatico riguarda la spesa sanitaria. Nel 2024 il 9% della popolazione ha dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie principalmente per tempi di attesa troppo lunghi. Pare chiaro che gli italiani non possano più contare sul pilastro del welfare pubblico e, per effetto della denatalità, viene meno anche il sostegno della rete familiare, sempre meno numerosa. Quando nasce un figlio, spesso poi vive lontano dai genitori. Ecco che per affrontare la sfida della longevità occorre sempre più far ricorso alla responsabilità individuale. La capacità di risparmiare e portare efficienza allo stock accumulato diventano una condizione imprescindibile per strutturarsi finanziariamente ad affrontare il periodo più delicato della propria esistenza, quando non si sarà più produttivi ma si manifesteranno maggiori fragilità da soddisfare. Il rischio di sopravvivere ai propri risparmi non è così remoto, anzi è già stato rilevato nel 2019 dal World Economic Forum. Allora l’istituto stimava che, nelle sei economie più sviluppate a livello mondiale, si sopravvivrà al proprio patrimonio tra gli otto e i 20 anni, previsione ottimistica visto che sette anni fa non si poteva immaginare l’impatto che la tecnologia e l’intelligenza artificiale avranno sulla diagnostica precoce e sulle capacità terapeutiche”.

In concreto: qual è oggi l’errore più frequente che le persone fanno quando immaginano la propria vita finanziaria a 70 o 80 anni e quali sono gli approcci che andrebbero evitati?

“Le persone faticano a immaginare sé stessi tra 30 o 40 anni, o meglio tendono a pensare che saranno come oggi solo un po’ più vecchi. È una naturale distorsione della percezione di sé perché differita molto in là nel tempo e condizionata da un presentismo assoluto. Siamo così concentrati sul presente che guardiamo alla nostra vita come a tanti fotogrammi perdendo di vista la completezza del film e le tante discontinuità che si possono manifestare nel corso del tempo. Per costruire la propria ricchezza con cui far fronte alla sfida della longevità, non occorrono strumenti sofisticati, ma la capacità di iniziare presto ad accumulare anche piccole somme di denaro destinate a un investimento sui mercati azionari, rimanendo costanti nel tempo”.

Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum

Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum 

Se vivere più a lungo significa anche dover prendere più decisioni finanziarie lungo la vita, come cambia il ruolo del consulente?

Il consulente finanziario è sempre stato fondamentale nella vita delle persone di cui si occupa, oggi, visto il contesto socio-demografico, credo che il suo ruolo sia imprescindibile. Per me la stella polare della nostra professione si ritrova nel manifesto della consulenza finanziaria presentato a Chicago nel 1969. Le persone vanno aiutate a imparare come spendere, risparmiare, investire, assicurarsi e pianificare con saggezza il futuro per raggiungere l’indipendenza finanziaria. Proprio questo è il nodo cruciale, dobbiamo guardare con puntualità alla gestione della liquidità, abbandonando una visione approssimativa. Ricordo che negli ultimi 20 anni la ricchezza finanziaria pro-capite degli italiani è cresciuta di solo il 35%, rispetto al 150% realizzato dagli americani. La ragione di questo gap è riconducibile alla composizione del patrimonio. Gli italiani posseggono immobili per oltre il 50% del totale e inchiodano il 30% della loro ricchezza in conti correnti a rendimento nullo. Gli americani, invece, investono la loro ricchezza nel 45% dei casi, riservando a un 15% la loro liquidità. Ecco che una gestione ragionata e puntuale della liquidità può fare una grande differenza nel creare ricchezza finanziaria. Le piccole scelte, se reiterate nel tempo e con regolarità, possono fare una grande differenza”.

La pianificazione di lungo periodo dovrebbe iniziare presto, ma spesso i giovani non percepiscono il problema previdenziale. Come si può riuscire davvero a coinvolgerli?

“Spesso si crede che per creare grandi capitali occorrano grandi disponibilità economiche. In realtà proprio i giovani hanno dalla loro parte un alleato potentissimo: il tempo. Avere decenni di fronte permette di accantonare anche piccole somme mensili che, se investite sui mercati azionari con la massima diversificazione possibile, possono moltiplicarsi grazie all’azione dell’interesse composto. Oltre a tempo e mercati esiste un terzo alleato che si può attivare: il fisco. Anche se non si percepiscono stipendi rilevanti, si può compiere una scelta che aiuta a creare capitale sul lungo termine. Si può decidere di conferire il proprio Tfr a un piano previdenziale che permette di agganciare circa una mensilità all’anno all’economia reale ben rappresentata dai mercati azionari. Il Tfr lasciato in azienda, invece, rende circa il 2%, equivalendo il valore dell’inflazione. Altro vantaggio non trascurabile riguarda la tassazione dei rendimenti. Ai piani pensionistici viene applicata una tassazione agevolata tra il 9 e il 15% rispetto a circa il 30% del lasciare il Tfr in azienda. Tassazione agevolata che si applica anche ai contributi volontari, fino a 5.300 euro l’anno”.


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