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L’Urna del Bottarone torna a splendere 60 anni dopo l’alluvione Firenze

Sessant’anni fa il fango dell’alluvione dell’Arno invase Firenze e il Museo Archeologico Nazionale non fu risparmiato dalla furia dell’acqua con gravi danni alle sale della sezione del Museo Topografico dell’Etruria. L’acqua e la melma superarono i due metri di altezza travolgendo il laboratorio di restauro, l’archivio fotografico e i resti della civiltà etrusca. Adesso, nell’ambito di tourismA 2026, organizzato dalla rivista Archeologia Viva (Giunti Editore), il Museo Archeologico presenta in anteprima assoluta al Palazzo dei Congressi di Firenze la mostra I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a sessant’anni dall’alluvione di Firenze, visitabile da venerdì 27 a domenica 1° marzo dalle 9 alle 18 a ingresso gratuito.

La mostra celebra il completamento di un importante intervento conservativo che ha restituito luminosità e intensità ai colori originari dell’urna di alabastro, riportando all’antico splendore l’abbraccio senza tempo della coppia di sposi etruschi scolpita oltre 2400 anni fa. Il restauro, effettuato da Daniela Manna su progetto scientifico e sotto la supervisione di Barbara Arbeid, Giulia Basilissi e Mario Iozzo, è stato possibile grazie al sostegno dell’Ufficio Federale Svizzero della Cultura. L’esposizione negli spazi di tourismA è a cura di Daniele Federico Maras insieme ad Arbeid e Basilissi, realizzata con il sostegno dell’Ambasciata di Svizzera in Italia, e allestita dallo studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab che hanno progettato uno spazio capace di valorizzare l’opera e il racconto del suo recupero.

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“L’urna del Bottarone è stato un esperimento ben riuscito di restauro con una collaborazione a più livelli, collaborazione di professionisti e di risorse pubbliche e con l’utilizzo di fondi internazionali. Un’eccellenza che restituisce un messaggio positivo per il futuro del patrimonio culturale a noi affidato: dalla catastrofe dell’alluvione a una nuova vita per l’urna etrusca e per il Museo”, afferma Daniele Federico Maras, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie, l’urna è stata scoperta nel 1864 in circostanze sconosciute a Bottarone (o Butarone), località nei dintorni di Città della Pieve, in provincia di Perugia. Negli anni ha transitato nella collezione di Giorgio Taccini – come ricorda il viaggiatore inglese George Dennis – e più tardi acquistata dal collezionista fiorentino Giuseppe Pacini, per poi arrivare nel 1887 nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze dove è stata conservata con il numero d’inventario 73577. Il coperchio scolpito rappresenta una coppia di marito e moglie, un fatto unico nel panorama della scultura funeraria chiusina dell’epoca, che di regola vede il defunto accompagnato da un demone femminile con le ali: “Qui la donna è la moglie, è il gesto dello svelamento che ce lo conferma” sostiene Barbara Arbeid, funzionaria archeologa-curatrice della Sezione Etrusca evidenziando l’eccezionalità iconografica dell’opera e la forza espressiva di quell’abbraccio.

Dopo l’alluvione, l’Urna del Bottarone era stata oggetto di un primo intervento di restauro tra il 1969 e il 1970, diretto da Francesco Nicosia, in una fase decisiva per la storia della tutela a Firenze. In quegli stessi anni, nei locali del museo prende forma il Centro di Restauro Archeologico della Toscana: una struttura dotata di attrezzature all’avanguardia, nata per rispondere in modo sistematico e scientificamente avanzato ai gravissimi danni subiti dal patrimonio archeologico.

Dopo questo primo intervento, limitato a ripulire la statua dal fango, le superfici dell’urna risultavano progressivamente ingrigite e la testa maschile presentava problemi di stabilità strutturale che hanno reso necessario un nuovo restauro. Il momento arriva nel 2022, quando il reperto viene selezionato tra i vincitori del Bando per gli aiuti finanziari destinati al restauro dei beni culturali mobili, nell’ambito dell’accordo internazionale tra il governo italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il contributo consente di avviare una nuova campagna di studio, diagnostica e restauro sull’urna, ma anche di realizzare un laboratorio di restauro permanente all’interno del museo, intitolato a Erminia Caudana.

Un risultato che conferma l’eccellenza del Museo Archeologico Nazionale di Firenze nel campo della conservazione archeologica e un primato che affonda le proprie radici proprio nella risposta scientifica e organizzativa maturata a seguito dell’alluvione del 1966. Tra i risultati più significativi ottenuti dal restauro ci sono l’individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l’impatto cromatico originario dell’opera. “Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l’urna nel suo aspetto originario”, afferma Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice conservatrice del museo.

L’allestimento della mostra – curata dallo studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab – è pensato come un dispositivo narrativo sobrio e immersivo in cui il capolavoro etrusco è testimone materiale di una vicenda lunga sessant’anni: dalla sopravvivenza nel fango ai primi interventi post-alluvione, fino al restauro avviato nel 2022 e accompagna così il visitatore in un percorso essenziale che intreccia memoria collettiva, storia del Museo e pratica del restauro.


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