soldi in Cina, 3 arresti e 281 denunciati. Nel mirino laboratori tessili tra Senigallia, Corinaldo e Trecastelli
ANCONA – Cinque miliardi di euro di false fatturazioni e un sistema che, partito da alcuni laboratori tessili tra Senigallia, Corinaldo e Trecastelli, si è evoluto fino a diventare una rete nazionale di imprese fantasma e riciclaggio internazionale. L’operazione “Cash Back”, condotta dalla Tenenza della Guardia di Finanza di Senigallia e coordinata dalla Procura di Ancona, ha portato alla disposizione di sequestri preventivi per 620 milioni. È la seconda fase dell’operazione “Fast & Clean”, avviata nel 2023.

L’escalation
Salgono a 281 le persone denunciate – 235 cittadini cinesi, una trentina di italiani oltre a romeni e bulgari – e a circa 50 milioni di euro i beni già sequestrati: 17 milioni tra contanti e conti correnti, 26 in immobili e 7 milioni in beni di lusso, in tutta Italia. Tre gli arresti eseguiti nel 2024 tra Corinaldo, Padova e Milano e 433 le società cartiere (cioè create solo per emettere fatture false) sequestrate. «Il volume dell’evasione fiscale intercettato segnala un allarme significativo – ha spiegato la procuratrice capo Monica Garulli – non è solo un danno per l’Erario: si crea un flusso finanziario sotterraneo che può alimentare ulteriori interessi criminali, dal recupero di bonus edilizi fittizi al riciclaggio». Un circuito parallelo, ha aggiunto, «alternativo a quello bancario tradizionale», capace di generare valore aggiunto fittizio e di sottrarre ricchezza ai flussi nazionali attraverso il riciclaggio all’estero, in particolare verso la Cina. La prima fase dell’indagine aveva accertato un sistema di fatture false gestito “in house” nei laboratori tessili tra Senigallia, Corinaldo e Trecastelli. Dopo i primi sequestri, il meccanismo si sarebbe evoluto. «Prima, chi utilizzava le fatture veniva contattato e gli veniva dato appuntamento, spesso nei pressi dei caselli autostradali – ha spiegato il comandante della Tenenza di Senigallia, Francesco Cavuoto – i corrieri arrivavano anche in scooter, consegnavano il denaro e ripartivano. In passato, tra gruppi che operavano nello stesso circuito, si erano verificati anche episodi di rapina. Poi le fatturazioni interne, ormai scoperte, sono state sostituite da fatture emesse da società cartiere nel Nord Italia». «Queste società avevano vita brevissima, spesso inferiore all’anno, senza utenze né dipendenti – ha proseguito il comandante provinciale di Ancona, Carlo Tomassini – erano veri e propri fatturifici, creati al solo scopo di emettere documenti di carta ai quali non corrispondevano beni o servizi».
Il meccanismo
Sono 433 le società sequestrate e cancellate dal registro delle imprese – con blocco delle partite Iva per impedirne il riutilizzo – 60mila le imprese utilizzatrici su scala nazionale, anche a Pesaro e Macerata. Il meccanismo era collaudato: fattura pro forma, pagamento con bonifico, emissione del documento e restituzione in contanti di circa il 90% dell’imponibile, al netto di una commissione del 10% oltre all’Iva trattenuta dall’organizzazione. Per gli imprenditori italiani il rientro avveniva in contanti, mentre per molti cinesi le somme venivano accreditate direttamente in Cina, tramite Iban virtuali. Con la seconda operazione, “Cash Back”, tra agosto e settembre, sono già state sequestrati 600 conti correnti, disponibilità finanziarie per 11 milioni e 28 immobili per 15 milioni. A fine gennaio scorso i provvedimenti di sequestro preventivo emessi tra le due operazioni sono stati quantificati in un miliardo. I reati contestati: utilizzo di fatture false, omessa e infedele dichiarazione, emissione di fatture false, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell’Iva, riciclaggio e possesso e fabbricazione di documenti falsi.
I proventi
I proventi venivano reinvestita in vari settori. In provincia di Vicenza sono state trovate opere d’arte per oltre 5 milioni, esposte come in un museo privato nell’abitazione di un imprenditore cinese, oltre ad avorio – tra cui zanne d’elefante – per 2 milioni. A Cinisello Balsamo era stata individuata una “underground bank” in un hotel, centro di raccolta del contante. Tra i beni sequestrati, un albergo a Padova, strutture ricettive e 12 appartamenti nella zona della moda di Milano. Nelle Marche, invece, i proventi sarebbero stati reinvestiti soprattutto in auto di lusso.




