Charli XCX – Wuthering Heights
Immaginato come accompagnamento sonoro alla nuova rivisitazione del capolavoro della Bronte, questo omonimo album non è solo una colonna sonora, ma il riuscito tentativo di dare seguito ad un qualcosa di fenomenale come “brat”, un disco “larger than life”, una delle cose più dirompenti degli ultimi anni, capace di lanciare come un razzo la nostra Charli nell’empireo delle star.

E come una vera star, Charli ha preso al volo l’occasione così importante e potente per dare un seguito degno al successo planetario dell’album verde elettrico, con una operazione super intelligente, studiata ma al 100% in linea con le sue corde emotive, allontanandosi dalla dimensione del groove e del movimento, abbracciando una forma di pop gotico, magnetico ed avvolgente, rimanendo sempre stretta attorno al tema della passione, ma non più sul dancefloor, ma dentro di sè, esibendo corpo e densità lirica, torcendosi e mettendosi fisicamente in gioco nella perdizione del labirinto dei sentimenti.
La trentenne britannica gioca subito in grande, mettendo le carte in chiaro con la vibrante iniziale e rapsodica “House”, duetto dalle tinte torbide con il grande John Cale, mantra introduttivo degno di un brano d’apertura alla Chelsea Wolfe, con l’epica lirica dell’ex Velvet interrotta dall’entrata con voce distorta della nostra, straziante e straniante, per tutti quelli che pensavano di rimettersi a ballare come se ci fosse un’altra “Von Dutch”.
Da tale biglietto da visita derivano 35 minuti con delle vere canzoni pop a volte semplici (“Altars”, “Dying for you”), a volte con duetti sontuosi (“Eyes of the world” con Sky Ferreira), ma comunque sempre intriganti, pur nella loro irrequietezza sonora che è un pò una cifra dell’album dove prevalgono questi tappeti ad alta intensità e volume fra archi e synth dronizzanti, dove lo specchio dei Nine Inch Nails sotterranei si fa spesso presente, dove il pop si fa largo prepotentemente dentro sovrastrutture gotiche di un dark lussureggiante.
Non sembra immediato e a volte si può anche comprendere un certo pregiudizio verso un personaggio che di fatto non fa altro che riprodurre una già sentita proposta musicale molto legata agli anni 90 in cui l’incertezza emotiva iniziava ad insinuarsi nei meandri della musica elettronica, ma la differenza la fa l’autrice, si avverte una specie di sfida di Charli verso un’idea di solennità sonora, gioca nel farsi portavoce di sentimenti eterni e semplici, nelle liriche dove si manifesta la materializzazione delle presenze amate e l’ossessione del sentimento di perdita, permettendole di non perdere un millimetro del suo spessore anche mediatico, anzi toccando corde più personali, celebrando(si) con un disco originale la sua discesa nel vortice delle passioni fra le cime tempestose del sentimento, riflesso oscuro di “brat” ma perfettamente complementare nella globale comprensione del fenomeno Charli XCX.
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