Marche

le vette in Groenlandia hanno nomi marchigiani. Ecco perché


FERMIGNANO Nella lontanissima Groenlandia ci sono vette di innevate montagne Ribattezzate Fermignano, Bramante, Sant’Anna (patrona della cittadina metaurense), Jesi, Macerata, Ancona, Adriatico e Sibillini. La popolazione Inuit (circa 56mila persone) come pronuncerà i nomi delle nostre città? Il ricercatore locale Jose Brandi ha rispolverato una storia che viene dal passato e che inizia con un maestro di scuola elementare.

La missione

Nel 1969, esattamente il 9 luglio, Diomiro Mancini, insegnante di Fermignano e membro del Cai (Club alpino italiano), organizza una spedizione alpinistica, chiamata Marche 1ª, in Groenlandia. Il gruppo era formato da sette persone, tutte marchigiane: oltre a Mancini, il dottor Macciò di Jesi, che era il capo spedizione, il dottor Mainini di Macerata, Renato Berretta di Ancona, Mario Corsalini di Macerata, il geometra Dottori di Jesi e Mario Moretti di Macerata. Marche 1ª è stata la prima impresa a livello alpinistico extra europeo realizzata da alpinisti e studiosi marchigiani. «Sia in Italia che all’estero – sottolinea Brandi – i media di allora hanno richiamato l’attenzione sulla maggiore impresa della pattuglia marchigiana, descrivendo i particolari dell’organizzazione e informando l’opinione pubblica sugli sviluppi della spedizione in Groenlandia. Chi è di Fermignano deve sottolineare in modo particolare il valore dell’impresa due tra le più importanti montagne ancora mai conquistate sono state ribattezzate con i nomi di Fermignano e Bramante e una terza, Sant’Anna, scalata il giorno in cui a Fermignano si celebrava la festa patronale».

Brandi scende nei dettagli della spedizione: «I primi giorni di giugno partirono gli 8 quintali di materiale e viveri per consentire l’autonomia della spedizione. Diomiro partì insieme agli altri il 9 luglio dall’aeroporto di Falconara e il 13 erano già al lavoro in Groenlandia, dove atterrarono a Kulusuk. Subito trovarono un’imbarcazione disposta a trasportarli, la Ejnar Mikelson». Dopo 90 km di navigata veloce e sicura tra gli iceberg, e dopo aver attraversarono i fiordi di Angmagssalik, Ikasak, Ikateq e Sermiligaq, «il gruppo – continua Brandi – sbarcò nella valle di Ilivtiartik, dove pose il campo, svolse varie ricognizioni, salì le cime dei monti vicini, che seppur di modesta altitudine, erano pericolose e sconosciute; fece una ricognizione del ghiacciaio dedicato a Paolo Santarelli, alpinista caduto a Cima Brenta l’anno precedente, e del ghiacciaio Ancona, che scendeva fino al fiordo di Sermiligaq».

Il gruppo scoprì vie d’accesso di cime inesplorate della penisola dell’Amangat. E qui le vette furono soprannominate con nomi di città marchigiane. «Il panorama incomparabile che da quelle vette potemmo osservare – scrisse il dottor Sergio Macciò – ci diede per la prima volta l’idea del conseguente lavoro che attenderà le future spedizioni». La più difficile e faticosa conquista? «Il ghiacciaio Cai Macerata con bivacco a quota 1055 metri». Durante la spedizione furono scattate oltre 2.200 fotografie e furono girate più di 30 pellicole.




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