Fiaccolata per l’Iran: ricordando le vittime
23.01.2026 – 9.00 – Ieri sera l’Università di Trieste si è trasformata in un luogo sospeso, attraversato da luci fioche e tremolanti e da un silenzio assordante, che diceva molto più di mille slogan. Centinaia di fiaccole si sono accese una dopo l’altra, centinaia di piccole stelle fragili contro il buio, nelle mani di studenti iraniani e di tanti altri studenti che iraniani non sono ma che, per una sera, hanno scelto di esserlo nel dolore, nella rabbia e nella speranza, tremolante ma pur sempre viva, come le candele che accendevano una ad una. La fiaccolata per le vittime iraniane delle proteste di questi giorni è stata una ferita aperta portata nel cuore dell’università, un grido trattenuto che ha trovato forma nella luce.
I volti erano tesi, segnati da emozioni difficili da nominare, come anche da capire davvero fino in fondo. C’era chi piangeva in silenzio, chi si stringeva alla propria candela come fosse l’ultima cosa da difendere, chi fissava il vuoto pensando a un nome, a un volto, a una voce rimasta dall’altra parte del mondo. Le vittime non erano più numeri o notizie lontane, come invece qui siamo abituati. Si trattava di fratelli, sorelle, amici, molti dei quali troppo giovani per andarsene per sempre così. Sogni spezzati troppo presto, senza alcun vero senso. Ogni passo lungo il percorso della fiaccolata sembrava un atto di resistenza, un modo per dire che quelle vite continuano a contare, che non saranno cancellate dalla violenza che le ha annientate o dall’indifferenza che continua a farlo una seconda volta.
La luce delle candele illuminava cartelli scritti a mano, parole semplici e dirette, spesso tremanti come la fiamma che le accompagnava. Libertà, giustizia, vita. Parole che in Iran costano sangue e che qui, in Italia e a Trieste, risuonano con una forza insostenibile. Gli studenti iraniani, molti dei quali vivono da anni lontani da casa, portavano addosso il peso di un doppio strappo: quello di chi assiste alla tragedia da lontano e quello di chi sa di non poter tornare indietro senza paura. Accanto a loro, studenti italiani e internazionali camminavano senza protagonismi, consapevoli che la solidarietà vera non ruba la scena, ha solo il compito di condividerla.
Ma il valore di questa fiaccolata è stato amplificato dal luogo che l’ha ospitata. Un’università, uno spazio di sapere, di pensiero critico e di coscienza collettiva. Portare il dolore dell’Iran dentro un luogo del sapere ha significato affermare che la conoscenza non può essere neutrale di fronte all’ingiustizia, che studiare e prendere posizione non sono atti opposti ma profondamente connessi. In quella presenza collettiva, lenta e consapevole, si è ribadito che la libertà di pensiero nasce anche dalla capacità di indignarsi, di riconoscere l’umanità dell’altro e di difenderla.
Non c’è stato bisogno di discorsi altisonanti. Il tempo e lo spazio si erano fatti comunque densi e carichi di significato. Era il silenzio di chi ascolta il dolore altrui e lo fa proprio, di chi sa che l’università oltre ad essere un luogo di formazione e studio è anche uno spazio politico e umano, in cui i giovani apprendono a prendere posizione. Tra le lacrime e la musica di protesta, lieve e malinconica, unificante quel dolore condiviso, si sentivano la rabbia per l’ingiustizia, ma anche una determinazione ostinata a non lasciarsi spegnere.
Quando le fiaccole hanno iniziato a spegnersi, una a una, l’oscurità tornata non sembrava più la stessa. Restava negli occhi quella luce condivisa, restava la certezza che, almeno per una sera, la città di Trieste aveva guardato con coraggio in faccia il dolore dell’Iran e aveva scelto di non voltarsi dall’altra parte. E restava una promessa non detta, ma chiarissima: continuare a ricordare, continuare a parlare, continuare a stare dalla parte di chi chiede solo di vivere libero.
[e.c.]



