La Banda della Magliana e una rapina detta del Secolo
È una storia da dimenticare / È una storia da non raccontare / È una storia un po’ complicata / È una storia sbagliata. // (Fabrizio De Andrè, Una Storia Sbagliata, 1999)
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«Se ad uccidere Antonio Chichiarelli fosse stato qualcuno dell’ambiente avremmo saputo nome e indirizzo nel giro di cinque minuti. Niente si muoveva senza la nostra autorizzazione e tutto quello che succedeva ci veniva riportato, pure il furto di una macchina. Non è un omicidio nostro. Dopo le rivelazioni di Lucioli, il Sorcio, avevamo altro di cui preoccuparci. Perché avremmo dovuto eliminarlo? Chichiarelli è stato ucciso da persone esterne all’ambiente.» (Maurizio Abbatino, detto ”Er Crispino”, componente di primo piano della Banda della Magliana)
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Quell’Anno
Nel 1984: al governo del Paese c’è Bettino Craxi. Lo scudetto lo vince la Juventus. Francesco Moser vince il Giro D’Italia, Albano e Romina Power il Festival di Sanremo. ”Fotoromanza”, di Gianna Nannini, è la canzone dell’Estate, mentre al Cinema, a sbancare il Botteghino, è “Flashdance” di Adrian Lyne. Quell’anno muoiono: Eduardo De Filippo, attore, commediografo e regista, Francois Truffaut, regista, Truman Capote, scrittore, Michel Focault, scrittore, Julio Cortazar, scrittore, e Marvin Gaye, cantante.
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Tutto accade il 24 Marzo del 1984. E’ il giorno del 40° Anniversario della strage nazifascista delle Cave Ardeatine, ma non è questo che i Quotidiani, non solo romani, del giorno seguente sbatteranno in prima pagina. Il 24 Marzo del 1984, è anche il giorno in cui Roma è attraversata da un corteo di 70mila persone che manifestano contro il taglio della ‘Scala Mobile’, voluto dal Governo di Bettino Craxi.
Ma, sebbene si tratti di un fatto socialmente rilevante, nemmeno quel corteo sindacale di protesta si guadagna la prima pagina dei Quotidiani. Il fatto che, invece, si prende tutto lo spazio è un fatto di cronaca nera.
Al chilometro 9,600 della Via Aurelia c’è la Sede della Brink’s Securmark, una Società di deposito valori e Filiale romana della Brink’s Company, una Banca privata statunitense fondata nel 1859. La Banca USA aveva una linea di business nella sicurezza domestica chiamata Brink’s Home Security di cui la Brink’s Securmark è la propaggine italiana, mentre l’Edificio nel quale era ubicata la Sede della Società rientrava tra le proprietà di Michele Sindona (1920-1986) – faccendiere e bancarottiere (ma anche qualcosa d’altro) siciliano dai disinvolti (ma assai pericolosi) rapporti politici e finanziari – che il 22 Marzo di due anni dopo morirà, nel Carcere di Voghera dove stava scontando l’ergastolo, per avere ingerito un caffè zuccherato al cianuro.
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Una Nota per entrare nel “mood” di questa storiaccia (ma, attenzione: non è quello del grande Glenn Miller).
Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ha ipotizzato che fosse stato Giulio Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest’ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente dell’omicidio del Banchiere di Patti sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse, durante il suo Processo d’Appello, segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2.
Così scriverà, sul punto, il Professor Turone, il 12 Settembre 2014: «fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall’ergastolo. Nel processo d’appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che finora aveva taciuto.».
I quattro della “Rapina del secolo”
Quel 24 Marzo, quattro uomini a volto parzialmente coperto entrano nel caveau del Deposito della Brink’s Securmark e rubano denaro e Titoli di vario genere per un valore pari a 35 miliardi di lire. Una cifra enorme per un furto clamoroso, passato alla storia come «la rapina del Secolo». Ma quei quattro si portano via anche dei Documenti. apparentemente senza alcun valore e che invece, per qualcuno, un valore ce l’hanno e assai rilevante.
Il furgone della rapina – un Opel Cargo – viene ritrovato, qualche tempo dopo, parcheggiato vicino ad una Caserma e precisamente in Via dei Genieri, una strada interna alla Città Militare della Cecchignola, proprio nel punto in cui parcheggiano le auto i militari che in quella Caserma, la “Emanuele Filiberto”, prestano servizio.
I rapinatori che hanno assaltato, il deposito sono: Germano La Chioma, torinese, Giampaolo Morosini, anche lui piemontese di Pinerolo, che prima di darsi alle rapine aveva praticato la boxe, Alfredo Tediotto, camionista incensurato di Ivrea, ma anche esperto in casseforti e Antonio Giuseppe Chichiarelli, detto Tony, abruzzese, falsario d’Arte ma anche di altro, in realtà il cervello della Banda dei Quattro e di quella che passerà alla Storia come la “Rapina del Secolo”.
I quattro della “Rapina del Secolo”. Tony Chicchiarelli è il primo in alto a sinistra, con i baffi
Stupirà Investigatori, cronisti non solo di nera e lettori l’impressionante facilità con la quale i banditi mettono a segno il colpaccio e il materiale che lasciano sul luogo del misfatto: “una bomba “Energa” da esercitazione; un involucro contenente polvere pirica colorante, nonché 7 proiettili cal. 7,62 Nato per mitragliatrice […] “volutamente buttati a terra dal ‘capo’ e non persi”. Così si leggerà, il 12 Luglio 1986, nella Sentenza-Ordinanza di rinvio a giudizio dei quattro rapinatori stesa dall’allora Giudice Istruttore del Tribunale di Roma, Dr. Francesco Monastero.
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Subito dopo la fuga dei banditi, iniziano le rivendicazioni. Quello che sul momento un anonimo rivendica come un ‘esproprio proletario’ delle Brigate Rosse, tempo quarantottore, è proiettato nell’interminabile galleria dei ‘Misteri Italiani’. Un Redattore del Quotidiano romano «Il Messaggero», dopo un’altra telefonata anonima, recupera una busta in un cestino dei rifiuti a Piazza Giuseppe Gioacchino Belli, Rione Trastevere. Al suo interno ci sono tre proiettili calibro 7,62 (munizionamento Nato), gli stessi della rapina, alla Brink’s e una serie di documenti: un ritaglio di dattiloscritto firmato «Cellula Romana Sud – BRIGATE ROSSE», la rivendicazione della rapina con la sigla delle BR, e, soprattutto, «quattro schede dattiloscritte relative ad una non meglio identificata “Operazione A.N.A.”, indirizzate al Presidente della Camera Dei Deputati, all’epoca l’Onorevole comunista Pietro Ingrao; al Giudice Istruttore del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, nonché a Pecorelli Mino, redattore e Direttore del Settimanale OP (Osservatorio Politico).
In realtà non si tratta di un’azione delle BR. Il Capo della Squadra che ha assaltato il caveau si chiama Antonio (Tony) Giuseppe Chicchiarelli è abruzzese e ha 36 anni. E’ un autodidatta, uno che apprende alla velocità della luce. E’ un eccellente falsario, soprattutto dei Quadri di Giorgio De Chirico (la moglie ha una Galleria D’Arte e attraverso quel canale è facile smerciare i falsi).
Chicchiarelli è uno che ha i contatti giusti nella mala romana (leggi la Banda della Magliana) nell’estremismo di destra (leggi i NAR, di Giusva Fioravanti e camerati) ma anche – per non farsi mancare niente – nei Servizi, cosiddetti “deviati” e nella Loggia P2 di Licio Gelli e di Federico Umberto D’Amato, il potente Capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, anche lui piduista.
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Ma Tony Chicchiarelli è, a modo suo, anche un artista, uno che, sempre dal suo punto di vista giustamente, si vanta del suo lavoro. E’ lui, infatti, al tempo del rapimento dell’Onorevole Moro, l’estensore del falso Comunicato delle BR, il numero 7, quello che colloca il corpo di Moro assassinato nel Lago della Duchessa di Borgorose in Provincia di Rieti. Davanti alle immagini televisive dei sommozzatori che scandagliano le acque del Lago, Chicchiarelli dice alla moglie – con orgoglio – “vedi, tutto questo macello, questa confusione l’ho creata io”.
Dunque, è uno che ci mette un niente ad appioppare l’attribuzione della rapina alla Brink’s alle BR: fotografa gli impiegati dietro un drappo rosso con la stella a cinque punte, il logo dell’Organizzazione terroristica, e lascia sul luogo del misfatto oggetti simbolici, tutti riconducibili alle BR di Moretti e compagni (vedi la Sentenza-Ordinanza del Giudice Monastero, di cui sopra).
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Il Borsello del Piper, la testina rotante IBM e il falso Comunicato n. 7, delle Brigate Rosse
Il 14 Aprile 1979, due giovani americani – che si trovano a Roma per studio e alloggiano da un loro connazionale, Professore di Scienze Politiche alla «John Cabot University – all’una del mattino salgono a bordo del taxi «Pisa-1» per raggiungere il «Piper», la nota Discoteca sita in Via Tagliamento, all’epoca chiamata «Make Up».
Al momento di scendere dal taxi si accorgono di un borsello abbandonato sul fondo della vettura. Decidono, però, di aprirlo solo alle tre, una volta usciti dal Locale, dopodiché lo consegnano ai Carabinieri della Stazione Podgora. Al suo interno, c’è una pistola «Beretta» calibro 9. Ma non è l’arma a destare l’attenzione degli inquirenti, bensì una testina rotante per macchine da scrivere elettriche I.B.M. con sigla «Light-Italic 12» e quattro schede fotocopiate dal contenuto agghiacciante: «S/4 E. Oggetto: Pecorelli Mino (da eliminare); 7/D. Oggetto: Giudice Istruttore Gallucci Achille; F/6 R. Oggetto: eliminazione scorta onorevole Ingrao Pietro; 2/I 4. Oggetto: Piano A.N.A. Tratta del progetto dell’avvocato Giuseppe Prisco».
Tre schede contengono progetti di attentato a noti personaggi pubblici, mentre una riguarda la morte ancora senza verità di un uomo discusso: Mino Pecorelli. Giornalista, direttore del criptico Settimanale «OP – Osservatorio Politico» – un’Agenzia di stampa divenuta rivista nei giorni del sequestro di Aldo Moro – ucciso a Roma, in Via Orazio, Quartiere Prati, il 20 Marzo del 1979.
Su quella Scheda si legge però che l’operazione era programmata per il 6 Marzo, salvo essere stata rinviata «causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei Carabinieri zona Piazza delle Cinque Lune». Subito sotto si legge: «Agire necessariamente entro e non oltre il giorno 24 marzo, sarebbe problematico concedergli tempo. Non bisogna assolutamente rivendicare l’azione anzi occorre depistare».
L’alto Ufficiale dei Carabinieri di cui sopra è il Tenente Colonnello Antonio Varisco (1927-1979), principale informatore di Pecorelli. L’Ufficiale muore tre mesi dopo il rinvenimento del borsello. Le BR si assumeranno la paternità dell’agguato.
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Ma prima di arrivare alla “rapina del Secolo” Chicchiarelli – è il Marzo del 1979 – come avete letto sopra passa anche per il delitto Pecorelli. Segue per giorni il giornalista e registra le sue abitudini e tutti i suoi movimenti, poi lascia il campo a chi deve ‘chiudere quella pratica’ a colpi di pistola. Dopo l’assassinio del giornalista, Chicchiarelli dirà alla moglie: “Pecorelli è stato ammazzato perché aveva appurato delle cose sul, sequestro Moro”. “Era un brav’uomo e non meritava purtroppo di morire.”.
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Dopo avere messo a segno il colpo del Secolo alla Brink’s, Tony Chicchiarelli entra nel giro dell’edilizia e del traffico di droga ed è per quest’ultimo motivo, che lo ammazzano, almeno così sostengono alcuni che lo conoscevano.
La fine terrena del falsario abruzzese arriva il 28 Settembre del 1984, mentre Chicchiarelli sta scendendo dalla sua auto in cui ci sono la sua compagna e suo figlio di appena un mese. Il killer spara prima alla compagna 21enne di Chicchiarelli e la colpisce ad un occhio. Quindi, mentre è inseguito dal Chicchiarelli stesso, si volta e gli scarica addosso quasi l’intero caricatore della sua 7,65 con silenziatore. Il falsario è ferito, ma tenta di fuggire. Il killer allora lo insegue e lo finisce con due colpi di pistola alla nuca: un’esecuzione in piena regola, opera certo di un professionista, che sparirà, senza lasciare tracce.
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Quel messaggio è un evidente depistaggio che prova a far ricadere l’assassinio di Pecorelli sulle BR, ma è anche la prova dei rapporti stretti che intercorrevano tra Tony Chicchiarelli e il Generale Giuseppe Santovito, allora a Capo del SISMI, il Servizio Informazioni Sicurezza Militare, che dunque entra anche nell’omicidio Pecorelli. Va ricordato che il Generale Santovito figurava negli Elenchi degli iscritti alla Loggia P2 di Licio Gelli così come il Colonnello dei Carabinieri, Antonio Cornacchia, poi promosso Generale e andato in pensione, che fu il primo, la sera del 20 Marzo 1979, ad arrivare luogo dell’omicidio di Carmine (Mino) Pecorelli.
La testina I.B.M. rimanda, invece, ad una vicenda raccontata dal giornalista ucciso, il sequestro Moro. In particolare al Comunicato numero 7, ma anche al numero 1 in codice. Una perizia dattilografica del 1989, predisposta sempre dal Giudice Monastero nell’inchiesta sulla morte del cronista, stabilirà che quei Comunicati sono stati scritti «con la stessa macchina per scrivere o con la stessa testina ruotante».
Quell’esame però non accerterà se il falso Comunicato numero 7, quello del Lago della Duchessa, comparso il 18 Aprile 1978 e che voleva il cadavere di Moro sul fondo del bacino idrico al confine tra Lazio e Abruzzo, sia stato scritto con la testina rotante rinvenuta nel borsello o con la macchina da scrivere dei due Comunicati poc’anzi menzionati «in quanto non è stata rintracciata alcuna macchina per scrivere I.B.M. che accettasse la testina rotante di cui sopra». E a proposito di falsi: lo era anche il Comunicato numero 1 in codice, che però recava la stessa firma ritrovata nelle carte della rivendicazione della rapina alla «Brink’s Securmark»: «Cellula Romana Sud – Brigate Rosse».
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Nell’ambiente – ma anche al di fuori di esso – il suo assassinio fa scalpore. Gli “amici” della Banda della Magliana si dichiarano estranei alla faccenda (cfr. la dichiarazione di Abbatino di cui all’inizio di questa Nota) e qualcun altro – forse meglio informato – per spiegare quel delitto rispolvera la vecchia rapina alla Brink’s Securmark.
Qualcosa quel Sabato 24 Marzo non è andato come doveva e, sebbene dopo qualche mese, Chcchiarelli paga – a chi lo ha mandato a fare quel colpo – il conto, diremmo così, in un’unica – e definitiva – soluzione.
Si dice, infatti, che Chicchiarelli fosse molto interessato a certi Documenti sottratti, con i soldi, durante quella rapina (forse Documenti che riguardavano il Caso Moro). Si dice ancora che il falsario – che si spacciava però per critico d’Arte – si incontrasse spesso, a Fiumicino, con un uomo da cui prendeva ordini (e che è rimasto senza nome) e ancora si dice che nel luogo in cui i due spesso si incontravano ci fosse una Struttura del SISDE, il Servizio Informazioni E Sicurezza Democratica, che – costituito con Elementi del disciolto Ufficio Affari Riservati del Viminale, per anni diretto da Federico Umberto D’Amato, piduista – si occupava della sicurezza interna e all’epoca in cui si svolge questa storiaccia era diretto dal Professor Vincenzo Parisi, ex Capo della Polizia di Stato e anche lui iscritto alla P2 di Licio Gelli.
Occorre qui ricordare che all’inizio della sua attività – ed esattamente dal 1977 al 1981 – il SISDE fu diretto dal Generale di Brigata dei Carabinieri Giulio Grassini (1922-1992), anch’egli uomo della P2, con tessera N. 515. Grassini non era il solo iscritto alla P2 presene in quel Servizio Segreto che anche per questo motivo fu soppresso nel 2007, con la Legge di Riforma dei Servizi D’Informazione e Sicurezza dello Stato, la Legge 3 Agosto 2007, n.124.
Un’altra tesi
Un’altra tesi – forse la più vicina alla realtà effettuale delle cose – sostiene che Chicchiarelli fosse stato mandato, da qualcuno rimasto sconosciuto, a compiere quella rapina alla Brink’s Securmark, di fatto solo per recuperare dei Documenti inerenti il Caso Moro e che dunque i soldi e i Titoli rubati non fossero l’obiettivo di quel colpaccio. Documenti che il falsario di Rosciolo dei Marsi (Aquila) non consegnò come da accordi, diciamo “a chi di dovere”, ma tenne per sé, forse con l’idea (messa in atto o no, non è dato saperlo) di compiere qualche ricatto e questa sua “sbadataggine” (meglio ‘decisione azzardata’) gli sarebbe costata la vita.
Dopo l’autopsia, del suo cadavere la casa romana di Chicchiarelli venne perquisita e in una pesante cassaforte vennero trovate due pistole calibro 38 con la matricola abrasa, alcuni Documenti, che comprovavano le sue diverse attività non proprio lecite, ma non furono trovati i nomi dei suoi mandanti. Inoltre, nella cassaforte furono trovati ancora 37 milioni di Lire, una videocassetta con registrato il servizio del TG1 sulla rapina alla Brink’s Securmark e alcune polaroid che ritraevano l’Onorevole Aldo Moro, al tempo Presidente della Democrazia Cristiana – vivo – nella “Prigione del Popolo” delle BR, di Via Montalcini, a Roma.
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L’idea di questa Nota me l’ha data l’ultima fatica letteraria di Enrico Deaglio. Si tratta di “C’era Una Volta In Italia, gli Anni 80”, edito da poche settimane dalla Feltrinelli. Il Volume è di 660 pagine e il pezzo su Antonio Chicchiarelli si trova alle pagine 260-261.
Di questa ennesima puntata del lavoro di Deaglio consiglio una lettura attenta e ragionata. La lunghezza in parole – e dunque in pagine – è, a mio giudizio, alleviata dalla pregevolezza di avere messo cronologicamente in fila tutti gli eventi di quel decennio che – ve lo assicuro – non è affatto un lavoro inutile, quando ci si voglia fare un’idea di cosa sono stati quegli anni per la Storia del nostro Paese; anni che molti di noi hanno vissuto come fosse cosa normale, legata allo scorrere del tempo, senza magari rendersi conto della loro importanza per la nostra stessa vita.
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In copertina il Giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, anche lei Magistrata della Repubblica Italiana, assassinati a Capaci (Palermo) il 23 Maggio del 1992.
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