Mara, 19 anni, reduce da due anni disturbi alimentari: «Ero arrivata al punto che non riuscivo a bere nemmeno l’acqua. Rifiutavo anche il dentifricio. Oggi, il Natale per me ha un nuovo valore»
«Per un lungo periodo, la tavola, per me, ha rappresentato l’emblema dell’ansia. Prima, durante e dopo i pasti, soprattutto nel periodo delle festività natalizie scandite da momenti conviviali, in cui la normalità aveva ceduto il posto a un rituale carico di tensione e dolore. Ora, invece, il Natale ha un nuovo valore: non è più quel momento dell’anno in cui ero costretta a banchetti interminabili, ma attorno a quella tavola tanto temuta riesco a vivere momenti di serenità, a riconnettermi emotivamente con la mia famiglia». Ad affermarlo è Mara Cattedri, 19enne napoletana trapiantata a Milano, reduce da due anni di disturbi alimentari.
Le radici della sua sofferenza sono da rintracciare nella sua adolescenza: «Avevo 15 anni quando, per affrontare al meglio la prova costume, decisi di fare una dieta trovata sui social. Credevo fosse una soluzione per perdere qualche chilo, invece la situazione mi è sfuggita velocemente di mano».
Giorno dopo giorno, Mara mangiava sempre di meno, sino ad assumere soltanto 200 calorie in una giornata e perdere circa 15 chili in due mesi. «Quando mi guardavo allo specchio, mi spaventavo. Sono arrivata a perdere i sensi, il mio corpo mi lanciava segnali, ma non riuscivo a reagire. Più non mi riconoscevo, più ero intrappolata in quel loop», ammette.
Anche per i genitori non è stato affatto semplice l’impatto con la malattia, non avevano gli strumenti per riconoscere e approcciarsi nel modo giusto a quel malessere a cui, inizialmente, nessuno riusciva a dare un nome. Finché a indicare una luce di speranza nel tunnel dell’anoressia è giunta Food for Mind, la rete di centri-hub d’eccellenza per la cura dei disturbi alimentari, fondata dagli psichiatri Leonardo Mendolicchio e Emanuela Apicella.
«Sono arrivata lì in condizioni gravi, in uno stato di severa malnutrizione. Inizialmente non collaboravo, rifiutavo le cure e tentavo di fuggire con la poca forza che avevo, anche se ero consapevole di stare male. La dottoressa Apicella mi disse che urgeva un ricovero presso il reparto di riabilitazione dell’Istituto Auxologico Piancavallo, ma nell’attesa della disponibilità di un posto letto continuai a digiunare. Ero arrivata al punto che non riuscivo a bere nemmeno l’acqua. Rifiutavo anche il dentifricio, non volevo ingerire nulla. Volevo essere malata, mi identificavo con il mio disturbo, tutti i miei pensieri erano rivolti alla malattia» confida.
Come evidenza Apicella nel libro La tavola bandita (ROI Edizioni), in cui dà voce a tanti giovani come Mara con disturbi alimentari e ai loro genitori, intrecciando la prospettiva clinica e terapeutica con la narrazione viva delle loro esperienze, «nei disturbi del comportamento alimentare, il tema del corpo e dell’immagine ha un ruolo principale, ma si tratta di un livello superficiale, quasi una cornice che copre significati ben più profondi. In realtà, il corpo è il luogo del disagio psichico».
Anche per Mara, dietro il rapporto complesso con il suo corpo e il cibo, c’era un malessere psicologico. Nonostante la sua giovane età, non le servono giri di parole per andare dritto al cuore della malattia che l’ha tormentata per due lunghi anni: «mio padre lavora in finanza, quindi ho vissuto in giro per il mondo e sono dovuta diventare presto indipendente, ma circa 4 anni fa, quando mio fratello ebbe una psicosi importante, mi sentii trascurata, in quanto i miei genitori, giustamente, erano concentrati su di lui. Mi sono isolata emotivamente e oggi, con la consapevolezza raggiunta, mi rendo conto che riuscivo a comunicare con loro soltanto attraverso la malattia», dichiara.
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