Calabria

Calabresi, sotto l’albero di Natale mettete il manuale dei diritti


Con il Natale alle porte ho ritenuto fare un regalo alla mia coscienza. Glielo devo da anni. Ho approfondito il mondo in cui vivo, quello della mia regione, ove si conta tanta gente perbene distribuita in 404 Comuni. Tutti belli nelle loro diverse eleganze e con tante storie da narrare. Molti però affollati da problemi. Troppi.
I loro bilanci raccontano di guerre affrontate per la sopravvivenza. Sono pieni zeppi di ferite, con tante amministrazioni piagate da dissesti, finanche reiterati più volte, e da procedure di riequilibro finanziario pluriennali (i c.d. predissesti) dagli esiti preoccupanti. Così come sono tanti i Comuni “spergiuri” nel senso di non mettere nel piatto la situazione precaria dei loro conti, agendo un po’ come i nobili decaduti assaliti dalla vergogna di chiedere per vivere.

Questa è la storia di ciascuno di noi (molti dei quali nati in tante nostrane via Gluck), che sa di vivere in una regione che preferisce far finta di non conoscere se stessa. Una sensazione che si tramanda persino a quelli delegati ad amministrare la PA di prossimità. Quella più familiare del comune di residenza.
Errore blu, strillerebbe un ipotetico maestro di etica pubblica. Tutto questo ha consentito la violazione seriale dei principi morali e delle regole comportamentali. Di quei segni per essere buon cittadino. Ma soprattutto esercente le funzioni pubbliche (politici, amministratori, funzionari) nell’interesse della collettività.
La nostra collettività, ultima nelle graduatorie dei diritti esatti, non può più permetterselo, pena la messa a terra della peggiore condanna intergenerazionale. Tutta addosso ai nostri figli.

La preoccupazione è grande, difficile da risolvere attraverso gli umani incancreniti dalle più brutte abitudini. Da qui, la decisione di ispirarmi – da non credente – a Gesù bambino. Ciò per far sì che la comunità calabrese cominci a tenere più a se stessa, chiedendo aiuto al sovrannaturale.

Le differenze tra i 404 comuni

Le differenze tra i 404 comuni sono notevoli. In nessuno di essi si consuma una vita ammirevole e ammirata, tanto da essere sempre fuori da ogni graduatoria di merito sociale. In tantissimi di essi, in una percentuale che di poco supera il 75%, il peggioramento progressivo è l’unico elemento che li accomuna.
La sensazione che predomina nelle case – specie in quelle da sempre salvate dalla fame conseguendo, dal “benefattore” politico, una occupazione pubblica, una pensione di invalidità e un assegno di accompagnamento che fa amare i nonni dai nipoti – è la paura per il “dopo di noi”. Non già solo quello dei genitori di disabili, ossessionati dalla morte che equivale all’abbandono degli incapaci, ma di tutti.
L’impiego pubblico non è ereditabile, così come i benefit pensionistici, sia contributivi che non, cessano. Il dopo è da considerarsi così spettrale, a tal punto da suggerire ruberie destinate all’accumulo, tuffi impropri nella politica, vendite all’asta della propria dignità. È il momento di dire basta.

Ridisegnare la Calabria

Occorre ridisegnare la Calabria, a cominciare dalle famiglie e dalla rigenerazione delle pretese dei sindaci. Alle prime, una preghiera. Quella di mettere sotto l’albero il manuale dei diritti. A cominciare da quello che impone ai giovani, di mettere da parte i soprusi di ogni genere da imporre per strada a coetanei e anziani. Un diritto alla sicurezza che va insegnato dalle madri e dai padri a cominciare da piccoli e redarguito nei confronti dei dodicenni a salire, divenuti oggi esempi di violenza gratuita.
Ai sindaci, un suggerimento accorato. La pretesa economica è lo strumento al quale devono ricorrere per: sviluppare politiche della casa, impeditive delle fughe dai luoghi natii e attrattive per le mete sognate; mettere su iniziative aggregative e di facilitazione per nuovi lavori; ottenere giustizia economica-finanziaria per curare la loro “popolazione fruitrice”, i cosiddetti city users, in quelle città che (come Rende) raddoppiano i percettori dei servizi senza ricevere i maggiori finanziamenti statali.

Sull’altare l’istituzione cui rivolgere una preghiera: la Regione. Che cominciasse finalmente ad esercitare le politiche che le spettano, ad esercitare una programmazione degna di questo nome e a pensare ai calabresi con come unità votanti ma come persone da amare e soddisfare nei loro diritti. Solo così, nel 2026 si festeggerebbe tre volte Natale!


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