The Beast in Me, la recensione della miniserie su Netflix
La psicologia che caratterizza i personaggi di The Beast in Me è più sfaccettata della risoluzione semplice, ma efficace a cui giunge la conclusione della miniserie Netflix che, tranquilli, non ci metteremo qui a svelare. È il confronto darwiniano sulla legge del più forte, che incontra gli istinti teorizzati da Sigmund Freud sia sulla reazione primordiale alla frustrazione che conduce alla violenza, sia sulla pulsione di morte che spinge verso l’autodistruzione e alla fine della vita. Esperienze messe insieme nel contenitore ideato da Gabe Rotter che vede protagonisti due veterani delle serie tv.
The Beast in Me, di cosa parla la miniserie su Netflix
Claire Danes, volto imprescindibile di Homeland – Caccia alla spia, è la scrittrice Agatha Wiggs, una madre che ha perso il proprio figlio per colpa di un giovane probabilmente ubriaco che è rimasto impunito e che lei è costretta a incontrare ogni giorni nella loro piccola cittadina. A diventare suo vicino di casa è l’imprenditore edile Nile Jarvis, il Matthew Rhys che per sei anni è stato al servizio di The Americans accanto alla futura compagna Keri Russell (anche lei attuale volto di Netflix con The Diplomat), accusato dell’omicidio della moglie e su cui la donna potrebbe decidere di scrivere il prossimo libro solo per scoprire la verità.
Con una contrapposizione di riflessi che dovrebbero far rispecchiare nell’uno i desideri più reconditi e impronunciabili dell’altra, The Beast in Me gioca di richiami alla natura umana inconscia e innata come il male che spesso ci ritroveremmo a voler fare, ma che le convenzioni sociali ci impediscono di mettere in atto. Una sorta di rubinetto che viene lasciato aperto, in cui fluiscono gli istinti primitivi che si collegano direttamente a sentimenti come rabbia, dolore e sofferenza, gli stessi da cui proviamo a proteggerci per tutta la vita, ma che è inevitabile saltino fuori nelle relazioni e nelle interazioni che instauriamo con gli altri. Soprattutto quando a essere gli animali feriti siamo noi, oppure esiliati o messi al bando. Sanguinanti al punto da scavarci dentro e trovare un altro stimolo inarrestabile e micidiale come la vendetta, su cui si interroga ampiamente la miniserie Netflix, in una cornice in cui l’odio genera altro odio con cui prima o poi è necessario confrontarsi.
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