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Quali sono i migliori ospedali in Italia? Nella graduatoria Agenas anche l’ “Angelo” di Mestre

Dal Nord al Sud, passando per il Centro, il sistema ospedaliero italiano mostra segnali di miglioramento, pur continuando a essere caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali. È quanto emerge dal Programma nazionale esiti (PNE) 2025, presentato dall’Agenas al ministero della Salute, che analizza le performance delle strutture ospedaliere relative all’anno 2024. Il rapporto fotografa un Servizio sanitario nazionale capace di migliorare laddove sono definiti riferimenti normativi chiari e strumenti di valutazione sistematici, ma ancora segnato da divari significativi nell’accesso e nella qualità delle cure.

L’edizione 2025 del Programma ha valutato complessivamente 1.117 strutture di ricovero per acuti, pubbliche e private. Di queste, 871 strutture, pari al 78% del totale, sono state analizzate anche con lo strumento del treemap, che sintetizza la qualità delle cure su otto aree cliniche principali. Nel 2024, 189 ospedali hanno raggiunto valutazioni alte o molto alte in tutte le aree valutate. Tra questi, quindici strutture, valutate su almeno sei aree cliniche, hanno ottenuto un livello alto o molto alto complessivo. La maggior parte di queste eccellenze si concentra nel Centro-Nord.

In Lombardia, le strutture più performanti risultano l’Ospedale Bolognini di Seriate, l’Ospedale Maggiore di Lodi, la Fondazione Poliambulanza di Brescia, il Papa Giovanni XXIII di Bergamo e l’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. In Veneto si distinguono l’Ospedale di Montebelluna, l’Ospedale di Cittadella e l’Ospedale di Mestre. In Emilia-Romagna emergono l’Ospedale di Bentivoglio e l’Ospedale di Fidenza. Altre strutture di eccellenza comprendono l’Ospedale di Città di Castello in Umbria, il Presidio Ospedaliero Lotti di Pontedera in Toscana, lo Stabilimento Umberto I – G. M. Lancisi nelle Marche e l’Ospedale di Savigliano in Piemonte. Al Sud, l’unica struttura a raggiungere questo livello è l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli.

Il rapporto dell’Agenas evidenzia miglioramenti nella concentrazione dei casi complessi in centri ad alto volume, pur con criticità persistenti. Nell’area cardiovascolare, i ricoveri per infarto miocardico acuto sono diminuiti del 21%, con circa il 90% dei casi trattati in strutture ad alto volume. Per l’angioplastica coronarica (PTCA) la situazione è simile. Tuttavia, i bypass aortocoronarici restano frammentati: i centri con oltre 200 interventi annui sono passati da 23 nel 2015 a 15 nel 2024, con una quota di interventi effettuati in queste strutture scesa dal 41% al 29%.

Per quanto riguarda la chirurgia oncologica, il trattamento del tumore della mammella mostra una forte concentrazione in centri ad alto volume, passata dal 72% del 2015 al 90% nel 2024. Anche gli interventi per tumore del colon sono saliti dal 69% al 73%, per il tumore della prostata dal 63% all’82% e per il tumore del polmone dal 69% all’83%. Per le resezioni pancreatiche la concentrazione in centri ad alto volume è migliorata, dal 38% al 54%, ma restano livelli critici al Sud e nelle Isole, dove solo il 28% dei casi viene trattato in strutture ad alto volume. Ancora più critica appare la situazione degli interventi isolati sul retto, che scendono dal 30% al 22%, con una tendenza uniforme al peggioramento su tutto il territorio nazionale.

Il report analizza anche la tempestività dei trattamenti. Per la PTCA nei casi di infarto miocardico acuto con sopraslivellamento del tratto ST, la percentuale di interventi entro 90 minuti è salita al 63% rispetto al 57% del 2020, pur con una forte variabilità territoriale e valori inferiori al Sud. Anche gli interventi per frattura del collo del femore negli over 65 hanno mostrato progressi, passando dal 52% del 2020 al 60% del 2024, ma molte regioni meridionali restano sotto gli standard.

Per l’appropriatezza clinica, i tagli cesarei primari sono diminuiti dal 25% del 2015 al 22% del 2024, con differenze tra Nord e Sud: le regioni settentrionali si avvicinano agli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, mentre nel Mezzogiorno i valori medi restano spesso superiori al 25%. L’utilizzo del taglio cesareo nelle strutture pubbliche e negli ospedali ad alto volume risulta inferiore, le episiotomie sono passate dal 24% al 9%, e i parti vaginali dopo cesareo (VBAC) sono aumentati dall’8% al 12%, sebbene con valori ancora bassi al Sud.

Sotto il profilo dell’appropriatezza organizzativa, la colecistectomia laparoscopica ha registrato un aumento dei ricoveri in day surgery, dal 22% al 39%, mentre la percentuale di degenze post-operatorie inferiori a tre giorni ha raggiunto una mediana nazionale dell’87%, rispetto al 74% del 2015, con limitata variabilità tra le strutture.

Gli esiti dei pazienti confermano un miglioramento complessivo: per il bypass aortocoronarico isolato, la mortalità a 30 giorni scende all’1,5%, ben al di sotto della soglia del 4%, mentre per gli interventi sulle valvole cardiache la mortalità mediana a 30 giorni è del 2%, con criticità localizzate in Calabria, Campania e Puglia.

In sintesi, il Programma nazionale esiti 2025 restituisce un quadro di un sistema sanitario in evoluzione, in grado di migliorare quando il monitoraggio è costante e le regole sono chiare, ma ancora caratterizzato da un forte divario Nord-Sud. Le eccellenze si concentrano principalmente nel Centro-Nord, mentre il Sud mostra ritardi più marcati, con eccezioni come l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli. Il rapporto evidenzia quindi progressi importanti, ma anche l’urgenza di interventi mirati per ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire cure di qualità uniforme su tutto il territorio nazionale.


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