Piemonte

40 anni di DD, l’eroe imperfetto che ha cambiato il fumetto italiano


Quarant’anni sono un compleanno importante, tempo di bilanci e di primi acciacchi. Chi sembra passarsela bene, senza nemmeno una ruga, almeno all’apparenza, è Dylan Dog. Il primo numero è infatti uscito nel settembre del 1986: “L’alba dei morti viventi” vedeva in copertina il nostro eroe già con la giacca nera, camicia rossa e jeans blu che saranno la sua divisa d’ordinanza per i successivi quattro decenni, circondato da zombie e con in faccia l’espressione di chi dice “Giuda ballerino” e preferirebbe essere a letto con una bella ragazza… come praticamente gli capita ogni numero. Del resto Dylan oltre a fare un lavoro affascinante è anche bello: Tiziano Sclavi, il geniale creatore della serie, gli diede le fattezze dell’attore inglese Rupert Everett. Ma la rivoluzione DD è spinta dalle debolezze del personaggio: a differenza degli altri eroi della Bonelli (la sua casa editrice), a cominciare dal granitico Tex, Dylan è fragile, pieno di dubbi, con un passato da alcolista, vegetariano, e soffre il mal di mare. Partito lentamente, dopo un qualche tempo Dylan Dog esplode e diventa un fenomeno culturale: letto da chiunque tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta, dai ragazzini (non c’era liceale che non lo collezionasse) a Umberto Eco che ne apprezzava l’ironia postmoderna e il gusto per il pastiche citazionista al punto da apparirvi lui stesso come personaggio (col nome Humbert Coe nel numero 136, Lassù qualcuno ci chiama). Si diceva del suo creatore Tiziano Sclavi: tra i maggiori scrittori del fantastico italiani, autore di fumetti di culto, ma soprattutto portatore di una sua personalissima poetica e visione del mondo. Visione che promana letteralmente da ogni pagina di Dylan Dog, in particolare dai primi cento numeri, quelli direttamente scritti o comunque seguiti da Sclavi: poetici, surreali, in cui il vero mostro era la società e i freak che combatteva Dylan si rivelavano il più delle volte vittime, derelitti, dimenticati dalla corsa del progresso. Quarant’anni dopo il vecchio Dylan è forse un po’ troppo ossificato nelle sue storie senza tempo, nelle sue città in bianco e nero che potrebbero essere Londra negli anni 80 o Padova nel 2000, tra crisi delle edicole e nuove forme di intrattenimento. Ma forse il bello è anche questo: poter oggi andare all’ultima edicola del mare, prendere il nuovo numero e immaginare che gli ultimi quarant’anni siano solo un brutto incubo fatto addormentandosi sotto l’ombrellone.


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