Ambiente

4 strategie per colmarlo in Italia

La domanda di competenze digitali continua a muoversi a velocità doppia rispetto alla capacità di formare nuovi professionisti. Un assunto che i numeri dell’Osservatorio promosso da AICA, Anitec-Assinform, Assintel in collaborazione con Talents Venture confermano in modo impietoso, evidenziando un disallineamento ormai cronico. A fronte di circa 136mila annunci per profili ICT pubblicati in un anno solo su LinkedIn, il sistema formativo italiano immette nel mercato del lavoro 73mila figure certificate provenienti da università, istituti tecnici superiori e master. Uno squilibrio molto significativo che alimenta il ritardo del sistema Paese rispetto alla media europea e che riflette un vero e proprio limite strutturale nella capacità di attrarre, trattenere e sviluppare competenze critiche per la competitività del nostro tessuto economico e industriale. Ancora qualche numero per rendere bene l’idea del problema: se gli occupati nel settore dell’Information e Communication Technology rappresentano in Italia appena il 4% del totale, contro il 5% dell’Unione europea, colmare questo gap significherebbe aumentare immediatamente il bacino di talenti di oltre 236mila unità.

La fotografia dell’Osservatorio Competenze Digitali 2025 evidenzia quindi una domanda ormai matura e diversificata, con i ruoli legati allo sviluppo software a comandare la classifica dei più richiesti fra gennaio 2024 e settembre di quest’anno (14mila annunci su oltre 222mila totali) e a seguire quelli relativi alla gestione di progetti IT e profili specializzati nel software engineering. Cresce esponenzialmente, inoltre, la domanda di skill connesse all’intelligenza artificiale generativa. Il prompt engineering, in particolare, registra un’impennata di richieste del 112%, elevandosi allo status di figura sempre più ricercata per la reingegnerizzazione dei processi aziendali. Parallelamente, l’attenzione (doverosa) alla sicurezza informatica aumenta del 70% negli annunci per la figura del Cybersecurity Engineer. L’Italia continua però a mostrare fragilità anche nelle competenze di base, ben testimoniata dal fatto che, secondo i dati AICA citati nel rapporto, solo il 30% degli utenti nazionali raggiunge la sufficienza nell’uso generale del computer e appena il 17% nella suite Office.

Recruitment e formazione: dove sono le mancanze

Il mismatch di competenze, si legge ancora nella nota che accompagna lo studio, non si spiega però solo con la scarsità di talenti in uscita dai percorsi formativi ma si allarga a un problema di attrattività e di trasparenza nelle modalità di reclutamento. L’analisi condotta su 10mila annunci di lavoro in ambito ICT pubblicati nel corso di quest’anno mostra in tal senso un quadro poco competitivo rispetto agli standard dei principali mercati europei, con ben il 74% delle job description prive dell’indicazione della retribuzione annuale lorda e solo l’11% con l’indicazione di un range salariale. Più della metà degli annunci (il 55% per la precisione), inoltre, non menziona alcun benefit e appena il 36% fa riferimento alla flessibilità degli orari di lavoro. In uno scenario dove le competenze digitali scarseggiano, non dichiarare i livelli retributivi garantiti, i percorsi di carriera potenziali o elementi di work-life balance riducono fortemente la capacità delle aziende italiane di attirare i profili più qualificati, soprattutto nel bacino dei giovani laureati in discipline scientifiche e informatiche, gioco forza attratti da offerte spesso più competitive provenienti dall’estero.

Sul fronte dell’offerta formativa, il rapporto registra un’espansione significativa ma ancorché non sufficiente. Più nello specifico, negli ultimi dieci anni i corsi di laurea orientati al comparto tecnologico sono cresciuti da 670 a 850, con un ruolo trainante dei Politecnici di Milano e Torino, in grado di immettere sul mercato oltre 5.000 nuovi professionisti l’anno. Interessante è anche il dato relativo all’aumento dei laureati negli atenei telematici, che rappresentano oggi circa il 9% del totale dei laureati in ambito ICT. Resta invece marginale, almeno per ora, l’intervento per ampliare il numero di nuovi percorsi dedicati al digitale: dei 161 corsi universitari approvati da ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) per il 2025/26, solo il 12% riguarda materie collegate all’Information technology.

Un po’ meglio va con gli ITS Academy, che hanno registrato un aumento del 40% dei percorsi disponibili (con iscrizioni in crescita del 37% e domande in salita del 58%), comunque non sufficiente a garantire un output di figure specializzate adeguato per soddisfare la domanda del mercato. Rimane irrisolto, infine, il problema della limitata partecipazione femminile: le donne rappresentano infatti il 23% degli iscritti a percorsi ICT, una quota che non cresce e che limita ulteriormente il bacino potenziale di competenze.


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