388: Un registratore come macchina del tempo :: Le Recensioni di OndaRock
Pubblicato senza alcun preavviso né annuncio ufficiale, il nuovo album dei Coral “388” è stato salutato dalla critica come una deliziosa, inaspettata sorpresa. Una sensazione alimentata in un primo momento dalla difficile reperibilità del disco, pian piano entrato nei cataloghi dei distributori e dei negozi grazie a un incessante passaparola.
Dopo aver completato la trilogia di potenziali concept-album dalle sonorità neo-psichedeliche e più americane della loro carriera (“Coral Island”, “Sea Of Mirrors” e “Holy Joe’s Coral Island Medicine Show”), i Coral si sono concessi una pausa, visitando i luoghi dove tutto ha avuto inizio. Per un gruppo che ha sempre fatto dei sogni la fonte principale dell’ispirazione si è trattato di un naturale ingresso nel mondo dei ricordi e della nostalgia, al punto da mettere per un attimo da parte l’attuale connotazione stilistica, a metà strada tra la psichedelia anni 70 e il cantautorato americano in stile Laurel Canyon.
Il ritorno alle origini è un atto di dedizione ma anche di umiltà: la passione per la musica reggae, il soul, lo ska e il doo-wop torna al centro dell’attenzione dei Coral, pronti a raccogliere il frutto di questo viaggio nel tempo con un registratore Tascam, il 388 dal quale prende il titolo l’album, che restituisce in pieno pregi e imperfezioni di un progetto che, pur registrato in un moderno studio di registrazione di Liverpool, conferma lo spirito atipico della band, frettolosamente inserita nella scena britpop ma più affine all’esotico pop-psichedelico dell’esordio di The Bees. L’unico brano dove affiorano flebili richiami alla recente trilogia, il delizioso intreccio vocale stile Beach Boys di “Sad Girl”, resta contestuale a un progetto dove il passato è filtrato da richiami alle grazie degli esotismi soul in stile Stax/2-tone di “Leave It In The Past” o alle incisive sonorità r&b del brano più danzabile della raccolta, “Shame”.
Per un disco che tende prevalentemente a un elegante rocksteady giamaicano (“Let The Music Play”, “Here Comes The Tears”), senza che questo intacchi la qualità della scrittura (il quasi baroque-pop ska di “Yellow Moon”) o offra incoerenze (un brano come “Crossing The Sands” non è lontano dalle prime prove del gruppo), diventa facile perdonare il flebile richiamo al classico di Sam Cooke “What A Wonderful World” che rende ulteriormente affabile l’intrigante doo-wop di “You And Me (And The Beautiful Sea)”. Con “388” i Coral confermano di essere abili artigiani di musica pop, tanto gradevolmente malinconici nella dondolante “High TIde”, quanto vicini a un spirito garage-rock che regala uno dei riff più accattivanti dell’album, “Ride That Train”. Ma non affezionatevi troppo a questa veste momentanea della band: nessuno è più imprevedibile di un gruppo pop.
20/06/2026
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