Politica

35 arresti, criptofonini e porto di Gioia Tauro

Grazie a una squadra di portuali infedeli, la ‘ndrangheta riusciva sapere e modificare anche la black list utilizzata dalla guardia di finanza per monitorare i container sospetti che passavano dal porto di Gioia Tauro. È senza dubbio uno degli aspetti più interessanti dell’operazione contro la cosca Alvaro di Sinopoli che stamattina ha portato all’arresto di 35 persone in tutta Italia. Il blitz dei carabinieri è scattato all’alba in provincia di Reggio Calabria ma anche a Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila dove i militari dell’Arma hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Elsie Clemente su richiesta del procuratore della Dda reggina Giuseppe Borrelli e dell’aggiunto Stefano Musolino.

Agli indagati sono contestati, a vario titolo, l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata dall’agevolazione alla ‘ndrangheta, la detenzione di armi e il tentato sequestro di persona a scopo di estorsione.

Le indagini dei carabinieri si sono sviluppate in due fasi e hanno ricostruito le attività di un’organizzazione con base a Sinopoli (regno della cosca Alvaro) e Sant’Eufemia d’Aspromonte. Un sodalizio criminale attivo nell’importazione, nello stoccaggio, nel trasporto e nella vendita di droga. La prima fase ha riguardato le chat criptate della piattaforma Sky Ecc. Dalle conversazioni, la Dda è riuscita a ricostruire un traffico di stupefacenti gestito, tra il 2020 e il 2021, dagli indagati Vincenzo Alvaro e Francesco Riitano che all’epoca erano detenuti nel carcere di Siracusa. Dalla cella avrebbero continuato a impartire disposizioni con l’aiuto di alcuni familiari operativi all’esterno.

Grazie ai telefoni criptati, i due soggetti decidevano tutto, dai canali di approvvigionamento da cui procurarsi la cocaina ai termini economici delle operazioni passando per le modalità di trasporto dello stupefacente. Nel capo di imputazione si legge che Alvaro e Riitano “conducevano personalmente le trattative con i fornitori stranieri (sudamericani, olandesi), decidevano quali accorgimenti adottare per eludere i controlli nella fase del recupero e risolvevano le problematiche insorte nelle attività di narcotraffico (come a seguito del sequestro dei carichi di stupefacente)”. Gli investigatori hanno ricostruito diverse importazioni di cocaina dal Sudamerica attraverso il porto di Gioia Tauro, alcune portate a termine e altre bloccate dai sequestri delle forze di polizia, per un volume complessivo superiore ai 300 chili.

La seconda fase, sviluppata tra aprile 2023 e luglio 2024, avrebbe confermato la persistente operatività dell’organizzazione. Figura centrale sarebbe stato Francesco Alvaro, il figlio di Vincenzo che era detenuto a Siracusa.

Nel corso dell’inchiesta è emerso anche il progetto di sequestrare un acquirente palermitano, Alessandro Scelta (anche lui arrestato) che non avrebbe pagato una precedente fornitura di droga del valore di 500mila euro. Secondo il gip, la vittima doveva essere attirata con il pretesto di una nuova consegna di droga, immobilizzata con uno spray e caricata su un’auto. Nelle intercettazioni, infatti, gli indagati discutevano della resistenza fisica del giovane, che praticava boxe, e delle modalità per neutralizzarlo. “Con lo spray nella faccia lui cade secco” sono le parole del calabrese Pasquale Romeo che paventava l’ipotesi di andare anche oltre il sequestro: “È capace che lo ammazzo come un cane… con un bastone gli devo rompere… gli devo tagliare… lo ammazzo, a sanguinaccio lo faccio”.

Il gruppo di Sinopoli partì dalla Calabria in direzione di Palermo a bordo di un’auto noleggiata, ma venne fermato alle porte della città. Nel bagagliaio fu trovato un borsone vuoto che, secondo il giudice, sarebbe servito a far credere alla vittima che all’interno ci fosse la droga promessa.

Per il procuratore aggiunto Stefano Musolino, i due progetti di sequestro di persona “sono stati sventati soltanto grazie alle capacità del Nucleo investigativo di Gioia Tauro che ha predisposto una serie di perquisizioni al momento in cui questi soggetti stavano per partire per Palermo”. Nel corso della conferenza stampa, il procuratore Giuseppe Borrelli si è soffermato sul “rapporto esistente tra l’organizzazione, cioè tra coloro che curavano direttamente l’importazione, e le squadre di portuali e addetti con i compiti di esfiltrazione della droga ai quali veniva riconosciuto il 15% del valore della sostanza stupefacente. I portuali, inoltre, fornivano tutta una serie di informazioni che poi si sarebbero dovute seguire da parte dei trafficanti sudamericani. Per esempio, veniva suggerito di utilizzare navi che giungessero a Gioia Tauro solamente in transito o veniva consigliato di prediligere container non refrigerati perché sottoposti a scanner con minore frequenza. Veniva controllato l’inserimento della nave nella black list della Guardia di Finanza e addirittura vi era la disponibilità alla rimozione della nave da questa black list, dietro pagamento di un supplemento aggiuntivo necessario a pagare il dipendente infedele che avrebbe svolto tale attività”.

Secondo il procuratore aggiunto Stefano Musolino, il riconoscimento dell’aggravante mafiosa è “il dato più interessante dell’inchiesta”. “Sempre di più – ha affermato il magistrato – le cosche reggine si muovono in un contesto in cui il narcotraffico diventa uno dei reati fine dell’associazione mafiosa. Come Dda di Reggio Calabria abbiamo un doppio obiettivo: da una parte garantire l’efficienza commerciale del porto di Gioia Tauro, dall’altra parte riuscire a contenere i tentativi che continuano a esserci di utilizzarlo come punto di arrivo di partite di cocaina. I numeri quantomeno ci dicono che questi risultati si stanno ottenendo e anche il fatto che in questa indagine emerga come altri porti sono utilizzati per le esfiltrazioni della cocaina ci dice che le politiche di policy interna al porto di Gioia Tauro stanno funzionando”.

“I complimenti miei personali e di tutti i carabinieri d’Italia alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, a cui va la nostra sincera gratitudine, per la proficua collaborazione e l’impegno costante, elementi cruciali per l’esito positivo di operazioni di tale rilevanza”. È stato il commento del generale Salvatore Luongo, il comandante generale dei Carabinieri che, con una nota, si è congratulato con “le donne e gli uomini che hanno partecipato a quest’importante esecuzione per l’impegno e la dedizione dimostrati nel corso delle indagini. Il loro costante e perseverante lavoro rappresenta un vero valore aggiunto nella lotta contro le mafie”.


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