Zverev vs Shelton farà comunque la storia del tennis
Vincesse domenica, si intesterebbe la stagione, “…sì, sì, il 2026, l’anno di Zverev”, ci rammenteremo l’un l’altro. A rubargli la chance della vita potrebbe però essere un americano di 23 anni e 11 mesi: “Te lo ricordi il 2026, quando Shelton eliminò Alcaraz e poi fece fuori Zverev a New York?”, ci diremo allora, in un lontano futuro.
Il tedesco, 29 anni e 4 mesi, dopo il trionfo al Roland Garros in giugno tenterà il bis agli UsOpen affrontando il campione di casa, che l’arena ribollente dell’Arthur Ashe ha stabilito sia Ben Shelton, alla prima finale di slam. A fallire l’impresa di fermarli sono stati rispettivamente il russo Karen Khachanov e un altro americano, Frances Tiafoe. Partiamo dunque da qui, dalle brevi cronache dei due match.

Per una volta Alexander Zverev vede il sole. Messo in campo di pomeriggio dopo un torneo vissuto di notte (ne parleremo più avanti), il numero 2 ATP batte Khachanov 6-3 7-6 7-6 in due ore e 57 minuti. Primo set deciso da un unico episodio: sul 4-3 Sascha si procura la prima palla break del match, e il russo sbaglia di dritto. Nel secondo parziale Zverev sale subito 2-0, si complica la vita con un doppio fallo e poi si va avanti senza scossoni fino al tiebreak, durante il quale Khachanov annulla due set point — il secondo con un passante splendido — prima di cedere 9-7. Ancora più teso il terzo parziale: nel tiebreak il moscovita vola sul 3-0 e poi sul 5-2, si guadagna due set point, ma Zverev li cancella e, sullo slancio, va a chiudere sull’8-6. Sesta finale slam per il tedesco, terza consecutiva della stagione dopo Parigi e Wimbledon, con l’aggancio a Sinner in vetta alla Race per Torino. La sua battuta migliore in conferenza stampa è questa: “Spero di non far avverare il sogno americano”.


In effetti il sogno americano trova il suo alfiere in Ben Shelton, che elimina Tiafoe per 4-6 6-3 6-3 7-5. Per lui, prima finale in un major. Dopo la cerimonia per il venticinquennale dell’11 settembre, il primo set è di Tiafoe, più pulito (3 errori gratuiti contro 14) e bravo a capitalizzare il doppio fallo di Shelton sul 4-4. Da lì il mancino nato ad Atlanta alza i giri del servizio: sul 3-3 del secondo set, con le palle nuove, infila una prima da 201 chilometri orari, poi tre da 232, 224 e 225, le ultime due vincenti. Il break decisivo arriva sul 4-3, propiziato da uno scambio di 17 colpi con due pregevoli lob difensivi. Nel terzo parziale, aperto da scambi monstre di 31 e 28 colpi, Shelton strappa il servizio a zero sul 3-2 con un passante di rovescio. Nel quarto converte il quinto break del suo match sul 6-5, con Tiafoe che cede con un doppio fallo sul secondo match point. Alla fine 20 ace e 47 vincenti per Shelton, mentre la seconda di Tiafoe crolla dal 69 per cento di punti vinti nel primo set al 28 del resto della partita. Primo afroamericano in finale a New York dopo Arthur Ashe nel 1972, Ben potrebbe essere il successore di Andy Roddick, l’ultimo statunitense a intestarsi uno slam: accadde proprio su questo stesso campo, nel 2003, battendo Juan Carlos Ferrero 6-3 7-6 6-3. Da lunedì Shelton sarà in ogni caso il nuovo numero 4 del mondo.
Oggi, sabato, a New York il tramonto sarà alle 19.11, domenica alle 19.09, dunque è probabile che le finali femminile e maschile degli UsOpen non abbiano bisogno dei potenti riflettori dell’Arthur Ashe Stadium. Così il problema degli orari ultranotturni dei match sul centrale viene rinviato di un anno. Ma ha fatto discutere parecchio in questi giorni. Per dire: dei sei match disputati da Zverev, soltanto uno – l’ultimo, quello di oggi – non ha avuto bisogno della luce artificiale. Non è un particolare irrilevante, perché il tedesco, testa di serie numero 1, ha fatto per lo più ore piccolissime per oltre una settimana: al primo turno, quasi le due di notte quando l’avversario era Lorenzo Sonego; un quarto d’ora più tardi, due giorni dopo, con Quentin Halys; poi l’una e dieci con Alejandro Tabilo; appena prima di mezzanotte per la sfida con Luciano Darderi. L’unico orario civile si è registrato nel match dei quarti con Botic van de Zandschulp, mercoledì, comunque cominciato a sole tramontato da un bel po’. La tendenza a tirar tardi è la norma a Flushing Meadows.
Come ha spiegato Matthew Futterman, che segue il torneo per il New York Times, le notti infinite hanno una logica che non è granché sportiva. Un match che a New York si trascina fino alle 2 del mattino occupa il primetime serale della costa del Pacifico, dove vive circa un quinto delle famiglie americane, e cade in orari perfetti per l’estremo oriente e per l’Australia. Il torneo, insomma, ha almeno un motivo televisivo per non correre ai ripari.


Questa edizione ha però superato ogni misura. Il martedì dei quarti ha prodotto la tempesta perfetta: due lunghi match diurni sull’Ashe, entrambi decisi al tiebreak, hanno fatto slittare la sessione serale di novanta minuti, e dopo i tre set tra Jessica Pegula ed Emma Navarro è cominciata la partita più attesa del torneo maschile, Shelton contro Alcaraz. Dopo 4 ore e 28 minuti di grande tennis, l’ultimo scambio è stato alle 3.33: mai un match era finito tanto tardi nella storia degli UsOpen. Purtroppo con le tribune svuotate per tre quarti. Non è un episodio isolato, peraltro: Venus Williams è entrata in campo a mezzanotte e un quarto, dopo la sconfitta in cinque set di Djokovic contro Navone. In sei dei primi sette giorni il programma si è chiuso oltre il cambio di data, cinque volte dopo l’una, tre volte dopo le due.
Le concause sono molteplici: il tennis è diventato più fisico e le partite si allungano; lo shot clock, nato per accelerare il gioco, viene usato dai giocatori come pausa di recupero fino all’ultimo dei 25 secondi; l’equilibrio qualitativo dei due circuiti ha ridotto il numero di partite da tre set a zero. Il direttore del torneo Eric Butorac si dichiara aperto a qualsiasi suggerimento: l’anticipo della sessione serale alle 18.30 è stato valutato e scartato (si guadagnerebbe mezz’ora appena), mentre la soluzione del Roland Garros – un solo match serale, quasi sempre maschile – è considerata impraticabile per ragioni di parità tra i tabelloni.
Restano i giocatori. Zverev ha raccontato di essere andato a dormire dopo le 5 del mattino per tutta la prima settimana, con allenamenti e recupero ridotti a variabili incontrollabili. Acqua passata. La sua priorità adesso è un’altra: vincere domenica il suo secondo slam in quattro mesi, in modo che la sua non sia più definita “la carriera di un formidabile perdente”, come mi disse un collega suo compatriota. Molto dipende da Shelton, però.
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