Cultura

Whippets – No Skulls | Indie For Bunnies

Se c’è una cosa che il Wisconsin sa fare bene, oltre a produrre ettolitri di birra economica e congelarti le dita dei piedi per sei mesi all’anno, è covare del sano, fottuto nichilismo sotterraneo. Parliamo della terra che ha partorito i deliri industriali dei mitici Killdozer e le nevrosi acustiche dei Violent Femmes. Bene, i Whippets sono qui per ricordarci che quel sangue marcio bolle ancora nei garage di Madison.
Già dal nome della band capisci l’andazzo, e onestamente non so se questi tre psicotici si riferiscano alla razza canina — quei piccoli levrieri scattanti, isterici e perennemente sul punto di avere un infarto per l’eccitazione — o, molto più probabilmente, a quelle deliziose bombolette di protossido d’azoto che i ragazzini sballati si sparano nei polmoni nei peggiori party di provincia per rimediare tre secondi di blackout cerebrale a buon mercato.

Guardando la copertina (firmata non a caso da Erin Sullivan degli A Frames) e ascoltando il disco, propendo decisamente per la seconda. La loro musica è esattamente questo: uno sballo low-budget, tossico, claustrofobico e fottutamente veloce.

Credit: Bandcamp

Bobby Hussy violenta la chitarra con un lo-fi così sporco che sembra registrato dentro uno scarico fognario, mentre Tyler Spatz al basso e Hart Alan Miller alla batteria pestano come fabbri ferrai in crisi d’astinenza. Brani come “Not Dead“ ti arrivano dritto sui denti con la frenesia del post-punk più malato, mentre “These Woods“ rallenta il battito, affonda in una palude grungegaze soporifera ricordando i risvolti più beceri dei primi Birthday Party e dei TV Ghost. Il rallentamento dei BPM flirta con un doom-shoegaze claustrofobico.

In “In The Clear” Hart Alan Miller dimostra di saper ancora pestare come nei suoi trascorsi hardcore. È un assalto frontale brutale, lineare, anche se pecca un pochino di dinamica.
“Nothing New” manco a dirlo, è un plagio sfacciato dell’alternative rock radiofonico degli anni ’90, camuffato sotto una coltre di distorsione sporca.
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Non c’è arte sofisticata qui dentro, questo è solo rock and roll ridotto all’osso: rumore, sudore e un meraviglioso senso di distruzione. C’è una bellezza catartica e selvaggia nel modo in cui Bobby Hussy fa stridere le sue corde e nel martellare ossessivo di quella sezione ritmica che ti si piazza dritto nella cassa toracica.
E allora, lasciamo pure che i soloni dell’avanguardia e i professori con la puzza sotto il naso continuino a vivisezionare questo disco con i loro righelli storiografici, lamentandosi che “è robetta già sentita” o che “non evolve il linguaggio del rock”. Ma andate a quel paese!

“No Skulls” non vuole inventare il futuro. È la prova vivente che finché ci saranno tre disperati chiusi in un garage di Madison a sputare sangue e distorsione contro il gelo del Midwest, il mondo non sarà del tutto perduto.


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