Cultura

Violet Grohl – Be Sweet To Me

«Ascolto questa musica fin da quando ero bambina» – Violet Grohl

Nell’anno in cui Plutone fu riclassificato come pianeta nano, e di fatto declassato e non facente più parte del nostro Sistema Solare, nell’anno in cui nacque Twitter, e quindi il mondo della comunicazione iniziava ad alternarsi tra metodi tradizionali ed innovativi, venne alla luce Violet Grohl e quel 2006, che diede nuovo lustro agli White Stripes grazie al glorioso utilizzo di “Seven Nation Army” in ambito sportivo, segnò anche l’inizio di un astro nascente della musica. Non solo grazie al cognome, bensì alle capacità canore di una ragazza che può annoverare già a 14 anni di aver partecipato come vocals per Beck e St. Vincent.

Credit: Bella Newman

“Be Sweet To Me” lo voglio leggere – supposizione del tutto personale nata durante i diversi ascolti dell’album – come un suggerimento che la cantante losangelina ci invita ad abbracciare: siate gradevoli con me, perché anche io valgo. Al di là del claim pubblicitario che le ho affibbiato, il primo album di Violet Grohl è un ottimo primo lavoro e non traspare alcuna intuizione commerciale o di facciata che faccia pensare che sia stata messa lì apposta.

L’unico duetto con papà Dave Grohl è relativo ad una cover degli XNausea” uscita ormai 5 anni fa e questo è anche un trait d’union nostrano di collaborazione padre-figlia tra Manuel Agnelli e la figlia Emma ne “Lo Sposo Sulla Torta“.

In “Be Sweet To Me” le va riconosciuto il valore artistico, canoro e lirico di ciò che ha prodotto, i legittimi accostamenti musicali ed artistici col padre e con tutto quello che lui e i suoi avi, contemporanei e posteri rappresentavano – ovvero tutta la musica alternative ’80/’90/00 – lasciano il tempo che trovano e sostenere che la produzione di quest’album è tutt’altro che originale è facile, superficiale e frettoloso e svilisce il lavoro di tutti noi e soprattutto rende il foro musicale piatto e privo di senso.

Certo, Il vasto spettro sonoro da cui attinge è ampio, riconducibile a-questo-e-quello ed atterra per forza di cose all’interno degli anni ’90, ma se PJ Harvey e Kim Gordon ci saltano subito alle orecchie, io aggiungo anche gli Sprints, Die Spitz, Ecca Vandal, Just Mustard , Sleepazoid e Courtney Barnett per rimanere a Melbourne, tutti artisti contemporanei che a modo loro reinterpretano producono e restituiscono originalità artistica.

Leggenda vuole che Dave Grohl non fosse a conoscenza che la figlia avesse firmato un contratto discografico ed analizzandone il corpo compositivo viaggiamo costantemente tra il garage-punk di “Bug In The Cake”, “Often Others”, “Cool Buzz”, l’ alt-rock/grunge di “Thum” e “595” e le dreamy-ballad di “Mobile Star” e “Applefish” che vestono di dark anche il pop più sofisticato in stile Lana del Rey. Le opere di David Lynch sono la sua fonte d’ispirazione ed il regista, più volte citato durante le interviste, echeggia nelle costruzioni cinematografiche cucite intorno ai brani; la big-band che di volta in volta si riuniva in lunghe session collettive restituisce tutta la varietà artistica di un album che è la tavola dei colori da cui attingere, di volta in volta, le sfumature.


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