Basilicata

Violenza domestica, giustizia “sessista e stereotipata”: la CEDU condanna l’Italia

Violenza domestica, giustizia “sessista e stereotipata”: la CEDU condanna l’Italia per ritardi e motivazioni inaccettabili. Audrey Ubeda: «Una vittoria per tutte le donne».


La giustizia italiana è finita sotto accusa a Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per l’eccessiva durata dei procedimenti civile e penale legati a un caso di violenza domestica che ha coinvolto una donna e i suoi due figli, denunciando inoltre l’uso di motivazioni giudiziarie giudicate “sessiste e stereotipate” in una fase cruciale dell’indagine. Al centro della vicenda c’è la gestione del procedimento da parte della magistratura italiana, in particolare una richiesta di archiviazione avanzata nel novembre 2021 da una pm che, secondo la Corte, avrebbe minimizzato episodi gravi e potenzialmente riconducibili a violenza di genere. Tra questi, un episodio in cui il compagno della donna avrebbe puntato un coltello alla gola della vittima, liquidato negli atti come uno “scherzo di cattivo gusto”.

Violenza domestica, giustizia “sessista e stereotipata”: la CEDU condanna l’Italia

Ancora più controverso il passaggio relativo alla presunta violenza sessuale, nel quale si sosteneva la difficoltà di provare la consapevolezza della mancanza di consenso da parte dell’uomo, accompagnato da un richiamo a una presunta “normalità” della resistenza femminile ai rapporti non voluti: una formulazione che la Corte europea ha considerato espressione di stereotipi di genere incompatibili con gli standard della Convenzione europea dei diritti umani.

La decisione di Strasburgo punta il dito non solo contro i contenuti, ma anche contro i tempi della giustizia, ritenuti incompatibili con la necessaria tutela delle vittime di violenza domestica, soprattutto quando coinvolgono minori.

Audrey Ubeda: «La soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne»

La protagonista del ricorso, Audrey Ubeda, oggi 42 anni, nata in Francia da padre spagnolo e madre campana, ha accolto la sentenza come una svolta personale e collettiva. «Per me è una svolta, un nuovo inizio, mi sento come una Fenice che rinasce dalle ceneri. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita», ha dichiarato all’ANSA. Nel suo percorso giudiziario, Ubeda ha denunciato ritardi e discriminazioni, ma ha anche sottolineato il ruolo di alcune figure istituzionali che hanno successivamente contribuito a una diversa lettura del caso. Tra queste, la magistrata Marina Colucci, che secondo la ricorrente avrebbe gestito il fascicolo con maggiore determinazione.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo riapre così il dibattito sulla qualità delle motivazioni giudiziarie nei casi di violenza di genere in Italia, sollevando una questione che va oltre il singolo procedimento: il peso degli stereotipi nella giustizia e la capacità del sistema di garantire protezione effettiva e tempestiva alle vittime.


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