Calabria

Usa “basta medici cubani in giro per il mondo”: il nodo Calabria


e brigate mediche cubane tornano al centro di uno scontro politico e diplomatico che coinvolge di sponda anche l’Italia. Da una parte L’Avana rivendica da oltre sessant’anni l’invio di migliaia di medici e operatori sanitari all’estero come una prova di solidarietà verso i Paesi del Sud globale; dall’altra Washington denuncia un sistema coercitivo, definendolo una forma di «lavoro forzato» e perfino di «tratta di esseri umani».

Il programma, nato nei primi anni della rivoluzione, ha portato personale sanitario cubano in decine di Paesi, soprattutto in comunità povere, rurali o scarsamente servite. Negli anni le missioni hanno raggiunto nazioni come Angola, Guatemala e Venezuela, ma anche Paesi ad alto reddito: durante la pandemia da Covid, per esempio, una squadra cubana fu inviata in Italia e circa 400 medici sono ancora presenti in Calabria, dove sono andati a sanare le falle causate dalla scarsità cronica di personale sanitario.

Secondo Granma, quotidiano ufficiale del Partito comunista cubano, nel 2024 oltre 20 mila operatori sanitari dell’isola erano attivi in più di 50 Paesi. La metà era in Venezuela, ma molti dopo la caduta di Maduro hanno già lasciato il Paese. Dietro la questione umanitaria, però, c’è anche una dimensione economica decisiva. Gli accordi stipulati con i governi ospitanti prevedono infatti pagamenti consistenti a favore dello Stato cubano per ogni professionista inviato, mentre ai medici spetta solo una quota limitata. Per un’isola stretta dalla crisi economica e dalla scarsità di valuta estera, si tratta di una delle principali fonti di entrate. Ed è proprio su questo punto che si concentra l’offensiva dell’amministrazione Trump sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio. Washington, riporta l’Npr, ha aumentato la pressione sui Paesi che impiegano medici cubani, spingendoli a rivedere o cancellare gli accordi. Tra quelli che stanno progressivamente smantellando o riconsiderando il modello ci sono Guatemala, Guyana, Giamaica, Saint Vincent e Grenadine, Paraguay e Honduras. Nell’agosto 2025 gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato restrizioni sui visti e revoche nei confronti di funzionari governativi di Brasile, Grenada e di alcuni Paesi africani, accusati di collaborare con il sistema delle missioni sanitarie cubane. Di recente è stata anche approvata una legge che consente a Washington di imporre sanzioni ai Paesi che continuano a lavorare con i medici inviati da L’Avana. Secondo William LeoGrande, docente di governo all’American University, diversi governi che hanno interrotto i contratti lo stanno facendo per timore di ritorsioni americane.

Le accuse statunitensi trovano eco nelle testimonianze di alcuni ex partecipanti. Leyani Perez Gonzalez, medico cubano inviata in Venezuela nel 2008, ha raccontato all’Npr di aver scelto la missione per ragioni economiche: a Cuba, dice, un medico guadagnava all’epoca circa 20 dollari al mese, troppo poco persino per beni essenziali. All’estero lo stipendio poteva quadruplicare. Ma Gonzalez ha descritto l’esperienza in termini durissimi: condizioni difficili, forte controllo da parte delle autorità cubane e ritiro del passaporto per impedire diserzioni. Oggi vive in Florida, dove si è riqualificata come infermiera specializzata, e definisce quelle missioni «una forma di schiavitù». La lettura del fenomeno, tuttavia, resta controversa.

Stephanie Panichelli-Batalla, docente di sviluppo sostenibile globale all’Università di Warwick, sostiene che il sistema sia «molto più complesso» di quanto sostenga Washington. Da un lato, osserva, Cuba usa i medici come una risorsa economica strategica; dall’altro, i professionisti partono volontariamente e, pur ricevendo compensi modesti rispetto a quanto versato dai Paesi ospitanti, guadagnano molto più di quanto percepirebbero restando sull’isola. Per molti, una missione all’estero significa poter poi ristrutturare casa o migliorare sensibilmente il proprio tenore di vita. Restano però i nodi sui diritti. Un relatore speciale che ha esaminato il sistema per l’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani ha segnalato criticità legate alle condizioni di vita e di lavoro dei partecipanti, oltre a possibili punizioni nei confronti dei familiari rimasti a Cuba nel caso in cui un medico abbandoni il proprio incarico all’estero.


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