Ambiente

Un’enciclopedia della mafia in Lombardia

Partiamo dalle domande. Lo sapevate che a Milano fu costruita un’aula bunker per mettere al sicuro i processi di mafia e di ‘ndrangheta da possibili attentati delle maggiori organizzazioni criminali? E che proprio a Milano si celebrò un processo enorme, “Count down”, che portò a un numero di ergastoli per reati d mafia fra i più alti nella storia d’Italia? E ancora: che la Lombardia è stata per la mafia un’autentica prateria grazie a imprenditori e professionisti complici o, per dirla con altri autori come Rocco Sciarrone (in “Le mafie del Nord”), “compatibili”?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

No, non lo sapevamo. E c’è un motivo. Ce lo spiegano tra le pagine di Mafia a Milano e in Lombardia (edizioni Zolfo, introduzione di Nando dalla Chiesa) i tre giornalisti d’inchiesta Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, autori di un testo giunto alla terza edizione, ma stavolta davvero con l’ambizione di diventare una sorta di enciclopedia del settore, dove tutto è raccontato con il giusto equilibrio tra profondità, minuzia, leggerezza narrativa e capacità di divulgazione. Eccolo, il motivo. Perché le organizzazioni criminali sono un grande rimosso collettivo. C’è l’idea radicata tra la gente, penetrata fino alle sedi istituzionali, che Milano sia diversa, che la criminalità non agisca come a Palermo.

L’excursus storico del libro, pieno di aneddoti e personaggi, inchieste e testimonianze, ci restituisce una realtà diversa. Si ricordano le uccisioni degli anni Cinquanta (a Varese, quella di Ignazio Norrito) e a Como (di Salvatore Licandro): uomini di cosche eliminati per sgarri nell’ambito del traffico di diamanti, business primordiale di Cosa nostra nel Nord. Poi i tre proiettili che nel 1971 fulminarono Antonino Matranga, palermitano di 66 anni che da otto viveva nell’ombra dopo un’assoluzione per insufficienza di prove a un processo avvenuto in Sicilia. L’asse tra Milano e Palermo si va delineando in quel periodo, con la regia di un grande capo che rispondeva al nome di Joe Adonis.

Negli anni 80 si affaccia in Lombardia un’altra potenza nera, la ‘ndrangheta calabrese, destinata a rafforzarsi fino ai nostri giorni. Getta le basi a Como e a Bergamo, poi a Lecco e quindi a Varese e trae vantaggi dalla forza economica del territorio. La regione è in quel momento l’avamposto strategico dei sequestri di persona, spesso con tragici epiloghi: nel varesotto Emanuele Riboli non venne mai rilasciato, così come Tullio De Micheli, mentre Cristina Mazzotti morì durante la prigionia.

L’escalation degli anni 80, ricordano i tre giornalisti, contribuì a trasformare la ‘ndrangheta l’organizzazione criminale più presente e potente in Lombardia, a mille chilometri dalla Calabria. Tutto questo mentre le notti di Milano erano ancora segnate, in quegli stessi anni, dal “Bel Renè”, Renato Vallanzasca, un criminale che con la Mala milanese ha gestito il traffico di droga della Milano bene, ma che ha avuto lo sconto che si concede al mito: i giornali e i rotocalchi per anni celebrano la guerra fra bande come fosse un romanzo noir, e del Bel Renè, oltre ai reati, si ricordano gli amori.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »