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‘Una perdita di talento e buona volontà’- Cineblog

Home Notizie Judi Dench sul disastro di Cats: ‘Una perdita di talento e buona volontà’

Nel memoir ‘Is It Too Late to Make a Run For It?’, Judi Dench riflette sul film Cats di Tom Hooper, definendolo uno spreco di buona volontà e talento creativo.

24 Ottobre 2026 13:11

Nel suo memoir Is It Too Late to Make a Run For It?, Judi Dench torna su uno degli episodi più discussi della sua carriera recente: il film Cats di Tom Hooper, uscito nel 2019 e diventato rapidamente uno dei più clamorosi insuccessi della storia di Hollywood. Le riflessioni della Dench sul judi dench cats memoir — ovvero su come lei stessa abbia vissuto e ora racconti quella débâcle — aggiungono una prospettiva inedita e sorprendentemente lucida a una vicenda che il pubblico e la critica hanno già ampiamente analizzato, ma mai attraverso le parole di chi era sul set.

«Oh God, I can’t bear it»: le parole di Dench sul film

La frase che ha già fatto il giro della stampa internazionale è secca, quasi viscerale: «Oh God, I can’t bear it». Dench non si nasconde dietro formule diplomatiche. Nel memoir descrive Cats come «a waste of all that goodwill and talent» — uno spreco di tutta quella buona volontà e di tutto quel talento. È una condanna netta, eppure formulata con la misura che contraddistingue la sua intera carriera: nessuna punta di rivalsa, nessuna caccia al colpevole.

Perché la Dench aggiunge subito un contrappeso significativo: «There were no villains in the making of Cats». Non c’erano cattivi, dice. Non c’era malafede. C’era, evidentemente, qualcosa che non ha funzionato — nella visione, nell’esecuzione, nella traduzione da un linguaggio artistico a un altro — ma non c’era nessuno da mettere alla gogna. È una posizione che richiede una certa generosità intellettuale, soprattutto da parte di qualcuno che ha prestato il proprio nome e la propria immagine a un progetto che la storia ha già giudicato.

Il film che nessuno riuscì a salvare

Quando Cats uscì nelle sale nel dicembre 2019, la reazione fu immediata e impietosa. Il film diretto da Tom Hooper — già premiato con l’Oscar per Il discorso del re — adattava il celebre musical di Andrew Lloyd Webber, una delle produzioni teatrali di maggior successo nella storia del West End e di Broadway. Il cast era di quelli che, sulla carta, avrebbero dovuto garantire almeno un risultato dignitoso: oltre alla Dench nel ruolo di Old Deuteronomy, il film annoverava James Corden, Idris Elba e Taylor Swift.

Eppure il risultato fu un disastro critico e commerciale. La tecnologia digital fur applicata agli attori — corpi umani ricoperti di pelo sintetico, con proporzioni anatomiche ambigue e un effetto visivo che molti spettatori trovarono perturbante — divenne immediatamente oggetto di scherno. Le recensioni furono devastanti. Il film non riuscì a recuperare il proprio budget, e la Universal fu costretta a distribuire una versione corretta del film dopo che alcune imperfezioni tecniche erano state segnalate già nei giorni successivi all’uscita.

Il punto che la Dench solleva nel memoir è però diverso da una semplice critica tecnica: lo spreco, per lei, riguarda soprattutto la goodwill — quella riserva di fiducia e affetto che il pubblico nutriva nei confronti del musical originale di Lloyd Webber. Cats il musical è un fenomeno culturale che ha attraversato decenni, continenti e generazioni. Portarlo al cinema significava intercettare tutto quel capitale emotivo. E, secondo Dench, quel capitale è stato dilapidato.

Il memoir come resa dei conti con la propria carriera

Il titolo del memoir — Is It Too Late to Make a Run For It? — è già di per sé rivelatore. C’è ironia, c’è autoironia, c’è la consapevolezza di una carriera lunghissima che non ha bisogno di difendersi. Judi Dench è una delle attrici britanniche più rispettate della sua generazione: dal teatro shakespeariano alla saga di James Bond nei panni di M, dagli Oscar alle serie televisive, la sua traiettoria artistica è abbastanza solida da permetterle di guardare indietro senza filtri.

Ed è proprio questa solidità che rende le sue parole su Cats così interessanti. Non ha bisogno di riscrivere la storia. Non ha bisogno di scaricare responsabilità su Hooper, su Lloyd Webber, sulla produzione o sulla tecnologia. Può permettersi di dire semplicemente: è stato uno spreco, e mi dispiace. È una forma di onestà che raramente emerge dai memoir degli attori, spesso costruiti come operazioni di personal branding più che come riflessioni genuine.

Il fatto che scelga di affrontare Cats direttamente — e non di liquidarlo con una battuta o di ignorarlo del tutto — dice qualcosa sulla sua concezione del lavoro artistico. Ogni progetto conta. Ogni fallimento merita di essere guardato in faccia. E ogni spreco di talento, per quanto involontario, merita di essere riconosciuto come tale.

Perché le riflessioni della Dench riaprono un dibattito ancora attuale

A sette anni di distanza dall’uscita, Cats continua a circolare nell’immaginario collettivo come caso di studio sull’adattamento cinematografico fallito. Le domande che il film ha sollevato — fino a che punto la fedeltà a un’opera teatrale è una virtù? Quando la tecnologia diventa un ostacolo invece di uno strumento? Come si traduce in immagini ciò che funziona solo sul palcoscenico? — restano aperte e rilevanti per chiunque lavori nell’industria audiovisiva.

Le parole della Dench nel suo memoir non rispondono a queste domande, ma le rimettono al centro dell’attenzione con un’autorevolezza che pochi altri potrebbero vantare. Quando una delle protagoniste del film dice che è stato uno spreco di buona volontà e talento, non sta semplicemente aggiungendo un’altra voce al coro delle critiche: sta offrendo una testimonianza dall’interno, con la distanza giusta per essere lucida e la vicinanza giusta per essere credibile.

Per chi si interessa di cinema come fenomeno industriale e culturale insieme, il memoir di Judi Dench — e in particolare le sue riflessioni su Cats — è un documento prezioso. Non perché riveli segreti di produzione o lanci accuse, ma perché dimostra come si possa guardare a un fallimento collettivo senza cercare capri espiatori, riconoscendo la complessità di un processo creativo che, per ragioni ancora non del tutto chiare, non ha trovato la sua forma giusta. E forse è proprio questa lucidità — più di qualsiasi digital fur o effetto speciale — ciò che mancava al film.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell’AI e sottoposto a revisione editoriale.


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