Un “petomane fantasma” svuota la sala stampa del Consiglio Europeo
(Adnkronos) – L’Atlantic Council punta su Roma per rafforzare il dialogo tra Stati Uniti, Italia ed Europa sul Nord Africa e sul Medio Oriente. L’obiettivo del nuovo Rome program è costruire un luogo di confronto e di elaborazione strategica in una fase in cui l’influenza occidentale nella regione è sempre più contestata, mentre le politiche di Washington e delle capitali europee faticano a trovare una direzione comune.
A spiegare il significato dell’iniziativa, in un’intervista ad Adnkronos, è Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e resident senior fellow dell’Atlantic Council, convinto che Roma possa diventare un punto di raccordo indispensabile tra le due sponde dell’Atlantico e quella meridionale del Mediterraneo.
“Vogliamo cercare di invertire una rotta”, spiega Mezran. “La simpatia e il soft power di cui gli americani hanno sempre goduto presso gli europei stanno diminuendo. Noi vogliamo mostrare che l’America rimane un Paese capace di contribuire allo sviluppo e alla soluzione dei problemi internazionali, anche se con questa amministrazione le difficoltà sono enormi”.
Ma il rapporto, insiste, deve funzionare in entrambe le direzioni. “Vogliamo rafforzare queste relazioni in modo che sia anche l’Italia a dare qualcosa all’America, aiutandola ad affrontare i problemi del Medio Oriente e del Nord Africa. L’Italia è in prima linea, ma senza gli americani non può fare tutto quello che dovrebbe. E gli americani, dal canto loro, non fanno quello che dovrebbero. È un cortocircuito che sta facendo perdere la Libia a entrambi”.
Fondato a Washington nel 1961, l’Atlantic Council è uno dei principali think tank americani impegnati nell’analisi delle relazioni internazionali, della sicurezza e della cooperazione transatlantica. Attraverso centri di ricerca, programmi regionali, pubblicazioni e incontri tra esponenti politici, diplomatici, accademici e imprese, l’organizzazione produce analisi e proposte destinate a orientare il dibattito e le decisioni di politica estera.
Il lavoro sul Medio Oriente e sul Nord Africa fa capo principalmente al Rafik Hariri Center e ai Middle East Programs. Mezran dirige la North Africa Initiative, che si occupa delle trasformazioni politiche, economiche e strategiche della sponda sud del Mediterraneo. Lo studioso conosce bene anche il contesto italiano: tra il 2002 e il 2012 è stato direttore del Centro Studi Americani di Roma.
La scelta della Capitale risponde dunque a una precisa logica geopolitica. L’Italia dispone di relazioni consolidate con attori chiave come Algeria, Libia, Egitto e Turchia, ma non sempre riesce a trasformare questi rapporti in una strategia regionale, anche per la difficoltà di coordinare le iniziative europee e per il limitato coinvolgimento americano.
“Il nostro compito è proporre idee, anche quando significa dire ai governi che stanno sbagliando”, osserva Mezran. “Non possiamo limitarci a chiudere loro la porta in faccia oppure a dire che va tutto bene. Bisogna lavorare con chi prende le decisioni, spiegare che esistono strade diverse”.
Il programma romano avrà il suo primo appuntamento pubblico lunedì 19 ottobre, dalle 17, al Centro Studi Americani di via Michelangelo Caetani 32, con una conferenza dal titolo From the Red Sea to the Atlantic: Transatlantic Policy and the Greater North African Security Complex.
Al centro dell’incontro una tesi precisa: Maghreb, Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso non possono più essere considerati teatri separati. La competizione tra Algeria e Marocco, l’espansione delle reti jihadiste, le crisi migratorie, la guerra in Sudan, gli interessi dell’Egitto sul Nilo e la sicurezza delle rotte marittime compongono ormai un unico sistema strategico, mentre le istituzioni occidentali continuano spesso a ragionare secondo divisioni geografiche superate.
Ad aprire i lavori saranno Jörn Fleck, senior director dell’Europe Center dell’Atlantic Council, Roberto Sgalla, direttore del Centro Studi Americani, e Will Wechsler, senior director dei programmi mediorientali del think tank. Seguirà l’intervento di Maurizio Greganti, vice direttore generale per gli Affari politici e la sicurezza internazionale della Farnesina.
La discussione, moderata da Mezran, vedrà la partecipazione di esperti di sicurezza e politica regionale, tra cui Hannah Armstrong, Can Kasapoğlu e Caterina Roggero. Le conclusioni saranno affidate a Giampiero Massolo, membro del consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani.
L’iniziativa si propone di affrontare una questione di fondo: come può cambiare la strategia transatlantica in una regione nella quale gli attori locali e regionali esercitano un’influenza crescente, mentre Stati Uniti ed Europa rischiano di perdere capacità di iniziativa?
È proprio da questa domanda che prende avvio la conversazione con Mezran.
L’Europa sembra procedere ancora in ordine sparso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Esiste davvero la possibilità di costruire una politica comune?
“Il problema è che non esiste una vera politica europea in quest’area. Ogni Stato agisce secondo i propri interessi e le proprie relazioni storiche. Spesso guardiamo ai Paesi della regione, e perfino alle comunità che da quei Paesi arrivano in Europa, soprattutto attraverso la lente dell’immigrazione e dell’ordine pubblico. È una prospettiva sbagliata, perché impedisce di comprendere le dinamiche politiche e sociali.
Pensiamo alla Libia. Dopo aver contribuito all’intervento contro Gheddafi, gli europei non sono stati capaci di costruire una strategia comune per la stabilizzazione del Paese. Non ci sono stati né la volontà politica né gli strumenti necessari.
Certo, sarebbe molto meglio agire tutti insieme. Ma se questo non è possibile, almeno bisognerebbe coordinarsi. Se non possiamo unirci, almeno coordiniamoci. Oggi, invece, troppo spesso i Paesi europei finiscono per muoversi gli uni contro gli altri”.
Proprio la Libia sembra rappresentare il caso più evidente di questo fallimento. L’Italia ha ancora la possibilità di assumere un ruolo decisivo?
“Assolutamente sì. L’Italia dispone di rapporti che altri Paesi non hanno. Penso all’Algeria, all’Egitto e alla Turchia. Il problema è mettere queste relazioni al servizio di una strategia.
Prendiamo l’Algeria: è un Paese fondamentale, una grande potenza regionale che non può essere marginalizzata. La questione del Sahara occidentale e il riconoscimento della sovranità marocchina da parte di diversi Paesi hanno creato tensioni molto forti. L’Italia ha saputo mantenere un rapporto importante con Algeri e questa è una risorsa politica.
Se Roma elaborasse una proposta seria sulla Libia, potrebbe trovare interlocutori disponibili. L’Algeria avrebbe interesse a sostenerla e la Turchia difficilmente si muoverebbe apertamente contro Algeri. Anche l’Egitto deve essere coinvolto.
Meloni ha rapporti con Tebboune, Al Sisi ed Erdogan. Perché non utilizzare queste relazioni per cercare un’intesa? I costi del proseguimento dell’attuale situazione libica sono troppo alti per tutti. Bisogna avere il coraggio di mettere questi attori intorno a un tavolo”.
Tra tutti gli attori regionali, la Turchia sembra quello che ha saputo muoversi con maggiore abilità, dalla Libia alla Siria, fino ai rapporti con Russia e Ucraina. Come giudica la strategia di Erdogan?
“Erdogan è un politico estremamente abile. È riuscito a inserirsi in teatri molto diversi e a parlare con interlocutori che sembravano incompatibili. Guardiamo alla Libia: la Turchia è entrata nel Paese sostenendo una parte del confronto politico e militare, ma oggi dialoga anche con Haftar.
Sta costruendo una rete di relazioni che le permette di aumentare costantemente la propria influenza. È una dimostrazione di capacità strategica. La Turchia non si limita a difendere una posizione acquisita, cerca continuamente nuovi spazi di manovra.
È un Paese con cui dobbiamo confrontarci, perché il suo ruolo è destinato a crescere, anche nei rapporti con l’Egitto e nel Corno d’Africa”.
Lei però indica nell’Egitto il possibile grande protagonista dei prossimi anni. Una previsione sorprendente, considerando la crisi economica e le difficoltà del Paese. Perché?
“Lo so, è una previsione che va contro molte analisi correnti. Ma secondo me l’Egitto sarà il Paese di cui parleremo tra quattro o cinque anni.
Naturalmente ha problemi economici enormi, ma sta accadendo qualcosa anche all’interno della società. Vedo un fermento diverso, una ripresa delle idee, dei circoli intellettuali, delle attività culturali. La classe media, che per molto tempo è stata schiacciata dal peso del sistema militare, comincia a manifestare nuove aspirazioni.
E poi ci sono le ragioni geopolitiche. L’Egitto è un grande Paese, con una popolazione di oltre cento milioni di persone, una storia e un peso regionale che non possono restare ai margini.
La Turchia e l’Egitto sono, per molti aspetti, alleati naturali. Il Cairo può diventare un attore centrale in un sistema di relazioni che comprende Ankara, il Pakistan, l’Arabia Saudita e il Corno d’Africa. Non penso soltanto alla dimensione militare, ma anche agli scambi culturali, alla formazione, alle relazioni economiche”.
Questo rafforzamento di Turchia ed Egitto potrebbe però entrare in collisione con Israele. L’ostilità tra Ankara e il governo israeliano è reale oppure esistono spazi di mediazione che non vediamo?
“L’ostilità è reale, soprattutto tra Turchia e Israele. Non bisogna confondere questo rapporto con quello che Israele ha avuto per lungo tempo con l’Arabia Saudita, dove il dialogo tra le leadership poteva proseguire anche in presenza di una retorica pubblica molto dura.
Con la Turchia il confronto è più profondo e riguarda gli equilibri strategici della regione, in particolare la Siria. Israele teme che una Siria stabilizzata e fortemente legata ad Ankara possa accrescere ulteriormente il peso turco ai suoi confini.
Anche il rapporto con l’Egitto è destinato a cambiare. Israele ha esercitato per molto tempo una forte capacità di condizionamento sulle scelte strategiche del Cairo, ma non credo che questo equilibrio possa durare per sempre. Se l’Egitto recupererà maggiore autonomia e capacità di iniziativa, ci saranno inevitabilmente conseguenze per l’intera regione”.
Veniamo all’Iran. Dopo le proteste interne e gli attacchi americani e israeliani, il regime è davvero più fragile? Oppure il nazionalismo iraniano può rivelarsi più forte del malcontento verso la Repubblica islamica?
“Questo è un punto che in Occidente si comprende molto poco. In Iran esiste un’opposizione al regime, esiste un malcontento profondo e ci sono persone che vorrebbero liberarsi della Repubblica islamica. Ma il nazionalismo iraniano è una forza potentissima. Bisogna conoscere la storia di quel Paese. Anche durante la guerra contro l’Iraq, persone che erano ostili alla rivoluzione islamica si mobilitarono per difendere la patria. L’identità nazionale, in certi momenti, conta più dell’opposizione politica.
Oggi accade qualcosa di simile. Anche chi odia il regime non necessariamente accetta che Israele o gli Stati Uniti bombardino il proprio Paese. E questo crea una contraddizione enorme. Se gli iraniani percepiscono che una rivolta interna può portare a un governo imposto dall’esterno, magari considerato dipendente da Israele, molti preferiranno non ribellarsi. Per questo penso che gli attacchi americani e israeliani abbiano perfino indebolito, almeno in questa fase, le possibilità di una sollevazione popolare contro il regime”.
Quindi la tenacia iraniana può avere la meglio sull’impazienza americana?
“Assolutamente sì. Per ora non vedo una situazione in cui l’Iran sia davvero sul punto di cedere. Gli attacchi possono provocare danni enormi, ma non bastano necessariamente a piegare un Paese. Gli Stati Uniti possono avere una superiorità militare schiacciante, ma questo non significa che possano ottenere il risultato politico desiderato. Un conto è bombardare, un altro è trasformare un’intera società o cambiare stabilmente il suo sistema di potere.
L’Iran può resistere molto più a lungo di quanto molti a Washington immaginino. E più il conflitto viene vissuto come un’aggressione dall’esterno, più rischia di rafforzarsi quel sentimento nazionale che tiene insieme anche persone profondamente ostili al regime”.
Un eventuale cambiamento politico in Israele, con la fine della stagione di Netanyahu, potrebbe modificare questi equilibri?
“Un cambiamento della leadership israeliana sarebbe un primo tassello importante. Ma non bisogna pensare che basti sostituire un primo ministro per cambiare automaticamente tutto. Negli ultimi anni si sono consolidate tendenze molto profonde nella società e nella politica israeliana, soprattutto sul terreno del nazionalismo e dell’espansione degli insediamenti. Anche un nuovo governo dovrebbe fare i conti con queste realtà.
Credo che, per arrivare a un cambiamento sostanziale della politica regionale, servirebbe anche una diversa impostazione americana. Finché non cambieranno alcune delle idee che hanno guidato Washington e Israele, sarà difficile immaginare un ritorno a una situazione più stabile”.
In definitiva, qual è la prima cosa che Stati Uniti ed Europa dovrebbero cambiare nel loro modo di guardare al Medio Oriente?
“La convinzione che esistano amici e nemici permanenti. In Medio Oriente non esiste il bianco e nero. Non ci sono alleati per sempre e non ci sono nemici per sempre. Per questo considero sbagliato anche trattare l’Iran come un nemico eterno, senza lasciare alcuno spazio a una possibile evoluzione dei rapporti. Bisogna conoscere le società, capire le loro contraddizioni, ascoltare chi cerca di cambiarle. E bisogna smettere di pensare che tutto si risolva soltanto con i soldi o con la forza.
Sono le idee che muovono il mondo, non i soldi. I soldi possono schiacciare il mondo, ma non bastano a svilupparlo. Bisogna offrire alle persone la speranza di poter vivere meglio, di costruire qualcosa di diverso, di utilizzare anche la propria religione per il bene e non per il male. È un compito enorme, rispetto al quale noi siamo piccolissimi. Ma bisogna cominciare da qualche parte. E bisogna avere il coraggio di dire anche ai più potenti quando stanno sbagliando”.
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