Udienza a porte chiuse per la richiesta di non chiudere il caso di Mara Favro

È stata discussa oggi in tribunale a Torino, in udienza a porte chiuse, la richiesta di non chiudere il caso di Mara Favro, la donna scomparsa in Val di Susa l’8 marzo del 2024 e ritrovata mesi dopo, senza vita, in fondo ad un dirupo nel territorio del Comune di Gravere. L’istanza di opposizione è stata presentata da Roberto Saraniti, l’avvocato a cui si è affidata la famiglia. La giudice Alessandra Salvadori si è riservata, non ha dato una data per la sua decisione che potrebbe arrivare a giorni o dopo alcuni mesi.
L’impossibilità di sostenere in un processo un’accusa di omicidio volontario è alla base della richiesta di archiviazione per il caso Favro. La procura infatti, sulla scorta dell’indagine dei carabinieri del Ros, aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo privilegiando l’ipotesi del suicidio. “Quello che pare certo è che gli elementi in atti – si leggeva nella richiesta di archiviazione firmata dal procuratore aggiunto Cesare Parodi e dal pm Davide Pretti – non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna nei confronti degli indagati, né di ritenere sussistenti profili di penale responsabilità in capo ad altri soggetti. Si rileva inoltre che non emergono ulteriori approfondimenti investigativi tali da consentire uno sviluppo delle indagini in termini concretamente significativi”.
Non è d’accordo l’avvocato Saraniti, che ha anche indicato una serie di possibili approfondimenti investigativi, rilevando le “menzogne” dei due indagati per l’omicidio e l’occultamente del cadavere, Vincenzo Milione e Cosimo Esposto, titolare ed ex pizzaiolo di “Don Ciccio”, la pizzeria dove Favro ha lavorato fino alla sera prima della scomparsa. I familiari non sono convinti dei dati sulle celle telefoniche e sull’ipotesi del suicidio provocato dai disturbi bipolari di Favro, che non sarebbero compatibili con la documentazione medica. “Abbiamo insistito sugli elementi descritti nella nostra memoria utili alla prosecuzione delle indagini – spiega Saraniti – in particolare i dati delle celle telefoniche non quadrano con la ricostruzione, perché abbiamo una telefonata fra Milione ed Esposto che aggancia la cella di Chiomonte nel telefono di Esposto. E Mara, secondo la ricostruzione dei carabinieri, tre minuti dopo era già a casa. Abbiamo insistito inoltre sul fatto che la malattia di Mara, cioè il bipolarismo, non porti a pensare che si sia uccisa. Noi insistiamo sulla riapertura delle indagini chiedendo di valutare gli elementi che sono già nel fascicolo”.
Nell’opposizione firmata da Saraniti, infatti, si legge che Milione disse di aver ricevuto un’ispezione dei carabinieri la notte in cui Mara sparì ma non risulta da nessuna parte. Così come non si trova il messaggio con cui la donna avrebbe annunciato l’intenzione di licenziarsi a lui e all’ex pizzaiolo. E non torna neanche l’intercettazione decisamente animata in cui si sente Esposto urlare a Milione che “non ne vuole sapere” della storia di Mara. “Restiamo convinti della totale estraneità di Milione – dice il difensore dell’uomo, Luca Calabrò – siamo altrettanto convinti che si sia trattato di un gesto anticonservativo. La vita dell’indagato è stata scandagliata minuto per minuto, giorno per giorno, per un periodo molto lungo”.
Fuori dall’aula a prendere la parola anche Milione. “La mia vita è stata distrutta”, dice lui che nei giorni scorsi aveva pubblicato un video su Tik Tok in cui diceva “Mara Favro fa danni anche da morta”, riferendosi al fatto che nella sua attività non ci siano più clienti. “Mi riferivo al caso Mara Favro in quel video non a lei in quanto persona – prova a spiegare – ho subito umiliazioni, pressioni, i clienti si alzano e se ne vanno. Io lascio il locale perché in Val di Susa sono convinti che io sia l’orco. Io ho un progetto da sviluppare, una pizzeria per inserire nel mondo del lavoro dei detenuti. L’idea è partire dal carcere di Ivrea. Vorrei l’oblio”.
In tribunale a Torino anche l’avvocata Elena Piccatti,che difende l’ex pizzaiolo del locale, Cosimo Esposto. L’uomo ha lasciato il Piemonte dopo che la donna era scomparsa. “Non ritengo che un approfondimento investigativo potrebbe illuminare su qualche responsabilità del mio assistito – osserva – e qualunque approfondimento non condurrebbe a lui. La vicenda è tragica e dolorosa per tutti, però non credo che ci sia motivo per non archiviare rispetto alla posizione di Esposto”.
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