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Trump minaccia la “guerra totale” all’Iran: il Pentagono chiede altri 67 miliardi

“In Iran non abbiamo ancora finito. Non hanno ancora visto nulla, finora siamo stati gentili”. Arrabbiato per la morte di altri soldati americani, Donald Trump promette vendetta e valuta una “guerra totale” contro Teheran, minimizzando allo stesso tempo la prospettiva di un dialogo.

“Vogliono disperatamente un incontro. Ma non siamo interessati fino a quando non saranno pronti”, ha tagliato corto dalla Casa Bianca, con al fianco il presidente libanese Joseph Aoun. Mentre i raid incrociati proseguono e l’Iran ha colpito un centro dati di Amazon in Bahrein, il commander-in-chief ha paventato attacchi ancora più pesanti all’orizzonte.

“Colpiremo ogni sito nucleare che pensano di ricostruire”, ha tuonato, assicurando che “a breve” gli Stati Uniti scaricheranno la loro potenza di fuoco anche contro Pickaxe Mountain, in farsi Kuh-e Kolang Gaz La. E se gli Houthi dovessero bloccare il Mar Rosso, “ce ne occuperemo”, ha aggiunto, mostrandosi pronto ad andare avanti con una guerra che sta svuotando le casse del Pentagono.

Hegseth chiede 67 miliardi per il Pentagono

Nella sua prima audizione da maggio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth si è presentato al Senato per rimarcare “l’urgenza” di approvare un pacchetto di finanziamenti supplementari da 67 miliardi di dollari. Il Congresso chiuderà per la pausa estiva a giorni e il timore del Pentagono e della Casa Bianca è che deputati e senatori lascino Washington senza aver stanziato le nuove risorse necessarie a far fronte al conto sempre più salato presentato dal conflitto.

Nel dettaglio, Hegseth ha chiesto 1,5 miliardi di dollari per affrontare le carenze di carburante considerate critiche per le missioni e altri 2 miliardi per sostituire gli equipaggiamenti perduti o danneggiati in combattimento. “Senza i fondi corriamo il pericolo di mettere a rischio la nostra capacità di pagare le nostre truppe e ricostruire le scorte di apparecchiature e munizioni”, ha avvertito.

Il capo del Pentagono ha presentato le risorse anche come un “investimento per mettere al sicuro il nostro dominio digitale e nello spazio”. Hegseth ha quindi allargato il ragionamento all’intero ammontare chiesto dalla Casa Bianca per la Difesa, sostenendo che non concedere al Pentagono 1.500 miliardi di dollari rappresenterebbe “la maggiore minaccia che il nostro Paese si trova ad affrontare”.

All’audizione era presente anche il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine. “I fondi sono necessari. Dobbiamo far fronte a una serie di sfide”, ha affermato, richiamando le parole pronunciate dal generale George C. Marshall nel 1940.

Le proteste interrompono quattro volte l’audizione

L’intervento di Hegseth è stato interrotto quattro volte dagli attivisti contro la guerra. Uno dopo l’altro, i manifestanti hanno fermato il discorso di apertura del segretario alla Difesa e sono stati rapidamente allontanati dalla polizia del Campidoglio. “Smettete di bombardare i nostri bambini, smettete di bombardare la Palestina, questo è illegale”, ha gridato uno di loro mentre veniva scortato fuori dall’aula.

“Faremo rispettare l’ordine nell’aula dell’audizione”, ha detto la senatrice Susan Collins, repubblicana del Maine, dopo la terza interruzione. Quando un quarto attivista ha nuovamente fermato i lavori, Collins ha chiesto alla polizia del Campidoglio, di cui ha elogiato la professionalità, di allontanare chiunque cercasse di disturbare l’audizione.

Il dilemma di Trump a cento giorni dalle midterm

La richiesta di nuovi finanziamenti mette i repubblicani all’angolo e di fronte allo scenario peggiore a poco più di cento giorni dalle elezioni di metà mandato. Al partito viene chiesto di approvare nuove risorse per una guerra che agli americani non piace e che il Congresso non ha mai autorizzato, proprio mentre il numero delle vittime statunitensi continua a salire.

Dall’inizio del conflitto, 17 soldati sono rimasti uccisi e cento sono stati feriti soltanto negli ultimi quattordici giorni. Trump non appare preoccupato dall’impatto che il conflitto potrebbe avere sulle midterm. “Sto solo cercando di fare la cosa giusta”, ha affermato, cercando di rassicurare il partito e di spiegare le sue motivazioni agli elettori.

Il commander-in-chief, però, è di fronte a un dilemma: andare avanti con la guerra, esponendosi al rischio di inimicarsi i repubblicani e gli americani, oppure fermarsi o quantomeno cercare di chiudere la partita il prima possibile.

Una vittoria in Iran in tempi brevi appare al momento difficile. Il regime ha dimostrato di poter resistere agli attacchi americani e, secondo gli 007, è improbabile che ammorbidisca le proprie posizioni al tavolo delle trattative in seguito alle nuove ondate di raid statunitensi.

Per gli analisti dell’intelligence, la prospettiva è quindi quella di un lungo stallo, una sorta di “limbo indefinito” fra pace e guerra. Un’ipotesi che innervosisce i conservatori: il loro “sogno” è che Trump si concentri sul carovita e sui problemi che stanno a cuore agli americani, invece che su un conflitto “lento ma prolungato” che potrebbe essere letto dal grande pubblico come una nuova “forever war”.

Dietro le quinte, il pressing sul presidente è senza sosta per spingerlo ad abbassare i toni e ad accettare una tregua di dieci giorni, come proposto dai

mediatori, così da riaprire lo Stretto di Hormuz e gettare nuove basi per un dialogo in grado di ridurre la pressione anche sugli alleati del Golfo, esasperati dalla guerra e preoccupati per la propria sicurezza nazionale.


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