Cultura

“Troppo rock per i fan dell’elettronica e troppo elettronici per il pubblico rock”

Dagli esordi sperimentali con John Foxx al successo internazionale con Midge Ure, passando per la nascita del synth-pop, le tensioni interne e le successive reunion: arriva “Looking Backwards Towards the Future: The Story of Ultravox”, la prima biografia autorizzata degli Ultravox. Il volume, scritto da Richard Evans e pubblicato l’8 ottobre da Omnibus Press, ripercorre oltre quattro decenni di storia di una delle formazioni più influenti della musica elettronica britannica, con una prefazione firmata da Moby.
Il libro, un’edizione cartonata di 400 pagine, nasce da un lungo lavoro di ricerca condotto con la collaborazione diretta dei principali componenti della band, dei loro collaboratori, delle etichette discografiche e del management. Evans, già autore di “Listening to the Music the Machines Make: Inventing Electronic Pop 1978-1983”, ha raccolto testimonianze inedite, documenti d’archivio e ricordi personali per ricostruire un percorso artistico segnato da continue trasformazioni, grandi intuizioni e conflitti creativi.

La storia

La storia comincia nella Londra del 1974, quando il gruppo nasce con il nome Tiger Lily, prima di trasformarsi negli Ultravox! guidati da John Foxx. Inizialmente legati a un art-rock sperimentale, i musicisti sviluppano progressivamente un linguaggio in cui chitarre, sintetizzatori e suggestioni post-punk convivono in un equilibrio originale. Le collaborazioni con produttori come Brian Eno, Steve Lillywhite e Conny Plank contribuiscono a definire un suono che anticipa molte delle evoluzioni della musica elettronica degli anni Ottanta, senza tuttavia ottenere immediati riscontri commerciali.

La svolta che porterà al successo internazionale arriva nel 1979, con l’ingresso di Midge Ure al posto di Foxx. L’anno successivo, “Vienna” porta gli Ultravox in classifica, trasformandoli in uno dei gruppi simbolo della nuova stagione synth-pop e new romantic. Il brano omonimo, con il suo intreccio di sintetizzatori, pianoforte e archi, raggiunge il secondo posto della classifica britannica, mentre la band colleziona, tra il 1980 e il 1986, sette album nella Top 10 e diciassette singoli nella Top 40 del Regno Unito.
Ma la biografia di Evans vuole soprattutto andare oltre i successi più celebri, restituendo agli Ultravox il ruolo di pionieri che, secondo l’autore, non è mai stato pienamente riconosciuto.

Intervistato dal sito specializzato Side-Line, Evans ha spiegato che proprio questa contraddizione è stata una delle ragioni principali che lo hanno spinto a dedicare un intero libro alla formazione britannica. “Erano uno dei pochi gruppi che si trovavano spesso in anticipo sulle mode musicali, autentici pionieri, ma talmente avanti rispetto ai tempi da non ricevere quasi mai il riconoscimento che meritavano”, ha raccontato. “Mi interessavano anche perché non si sono mai resi la vita facile. Cercavano continuamente di esplorare nuovi territori, spesso sacrificando la possibilità di ottenere un successo commerciale più immediato”.
Secondo lo scrittore, la difficoltà degli Ultravox a essere inquadrati in un genere preciso costituisce una delle caratteristiche più affascinanti della loro storia: “Non si sono mai inseriti davvero in nessuna categoria. Erano troppo rock per i puristi dell’elettronica, troppo elettronici per il pubblico rock, troppo artistici, troppo ostinati nelle loro convinzioni. Tutte qualità che li rendono un gruppo così interessante”.

Foxx/Ure: due fasi a confronto

Una parte importante del volume è dedicata naturalmente a John Foxx, la cui visione artistica viene considerata fondamentale per la nascita dell’identità del gruppo. Evans ricorda che l’idea originaria degli Ultravox nacque addirittura come una sorta di progetto universitario, ispirato da una lezione seguita da Foxx durante gli studi artistici. “John Foxx è un personaggio affascinante, meriterebbe una biografia tutta sua. È incredibilmente eloquente e curioso, un autentico innovatore, e la sua carriera attraversa musica, arte, design e mondo accademico”.
Particolare attenzione viene riservata a “Systems Of Romance”, l’album del 1978 realizzato con Conny Plank, considerato uno dei passaggi fondamentali nella definizione del linguaggio elettronico moderno. “Quel disco rappresentava un momento speciale, in cui creatività e tecnologia venivano esplorate in modo nuovo, e gli Ultravox furono tra i primissimi a farlo”, osserva Evans. “Riascoltando quei lavori durante le ricerche, ho scoperto tante particolarità e frammenti di un Dna musicale che anticipava tutto ciò che sarebbe venuto dopo, non soltanto per il gruppo, ma per la musica in generale”.

L’arrivo di Midge Ure segna un cambiamento profondo, non soltanto sul piano commerciale, ma anche negli equilibri creativi. Se nella prima incarnazione la personalità di Foxx aveva rappresentato il principale motore artistico, nella formazione successiva si sviluppa, secondo Evans, un rapporto più paritario tra i componenti. “Credo che la chiave sia stata proprio l’uguaglianza. Il gruppo precedente era sostanzialmente un progetto di John Foxx, mentre nella nuova formazione tutti avevano lo stesso peso, e questo produsse una connessione creativa molto forte”.
Anche il rapporto con la scena new romantic viene riletto in una prospettiva meno convenzionale. Evans sottolinea come gli Ultravox non si riconoscessero particolarmente in quell’etichetta, preferendo semmai la definizione di “Futurists”. Eppure, il movimento nato attorno al Blitz Club di Londra fu decisivo per il successo di “Vienna”, perché contribuì a creare un immaginario collettivo attorno a sonorità ancora poco familiari al grande pubblico. “Ci vollero il Blitz e i new romantics per costruire un mondo attorno a quella musica, aggiungendo le piste da ballo, la moda e un’estetica post-punk convincente. Quella scena permise ad artisti molto diversi tra loro, Ultravox compresi, di entrare nel mainstream sotto la copertura del New Romanticism”.

I Depeche Mode e la reunion

Nel libro trova spazio anche un curioso episodio che riguarda i Depeche Mode. Evans ha intervistato Vince Clarke, ricostruendo la vicenda di Stevo, fondatore della Some Bizzare, che aveva prospettato al gruppo di Basildon la possibilità di aprire i concerti degli Ultravox come incentivo per convincerli a firmare con lui. “La storia è assolutamente vera”, conferma l’autore, precisando però di dubitare che Stevo fosse effettivamente nelle condizioni di mantenere quella promessa.
Un altro aspetto centrale della biografia riguarda il rifiuto degli Ultravox di ripetere formule già sperimentate. Dopo il trionfo di “Vienna”, anziché realizzare un seguito facilmente commerciabile, la band pubblicò nel 1981 “Rage In Eden”, un lavoro più oscuro, complesso ed eccentrico. “È molto tipico degli Ultravox che, dopo un successo enorme come quello di ‘Vienna’, abbiano realizzato un album così strano ed eccentrico, quando la scelta più sicura sarebbe stata semplicemente ripetere quanto avevano già fatto”, sottolinea Evans.

Il successo, tuttavia, finì anche per modificare gli equilibri interni. Il ritmo incessante di registrazioni, pubblicazioni e tournée contribuì ad alimentare tensioni personali e difficoltà creative. L’autore non evita questi aspetti, pur cercando di rappresentare le diverse versioni dei protagonisti. Durante la preparazione del volume ha consultato anche le interviste pubblicate dalla fanzine “Extreme Voice”, compresa una testimonianza particolarmente franca di Warren Cann successiva alla sua estromissione dal gruppo.
La ricerca ha coinvolto, oltre ai musicisti, personalità come Steve Lillywhite, Vince Clarke, Nick Rhodes e Moby. Quest’ultimo, grande estimatore degli Ultravox soprattutto del periodo con Midge Ure, ha accettato di scrivere la prefazione dopo un colloquio con Evans. “Il suo entusiasmo per gli Ultravox era così contagioso e sincero che mi è sembrato la persona perfetta per introdurre il libro”, racconta lo scrittore.

Evans si sofferma anche sulla reunion del 2008, nata quasi casualmente quando l’ex manager Chris O’Donnell contattò i quattro componenti della formazione classica per verificare la possibilità di tornare a esibirsi insieme. Tutti risposero positivamente, dando avvio a una nuova fase culminata nell’album “Brilliant” del 2012. Un’esperienza che, secondo l’autore, finì però per riportare alla superficie alcune delle vecchie tensioni.

Biografia autorizzata ma indipendente

Pur essendo una biografia autorizzata, Evans rivendica l’indipendenza del proprio lavoro. Nessuno dei musicisti, spiega, ha chiesto di leggere il manoscritto durante la stesura, né ha imposto particolari condizioni. Di fronte a ricordi contrastanti, ha cercato di riportare le diverse prospettive, escludendo soltanto elementi che riteneva ingiusti, eccessivamente personali o privi di riscontri. Il risultato è un ritratto che prova a restituire la complessità di una formazione troppo spesso identificata soltanto con “Vienna” e “Dancing With Tears in My Eyes“, ma il cui contributo attraversa il post-punk, la new wave, il synth-pop e arriva fino alla techno di Detroit e alle successive generazioni di musicisti elettronici.

“Non credo che gli Ultravox abbiano mai ricevuto davvero il rispetto che meritano”, conclude Evans nell’intervista a Side-Line. “Spero che questo libro possa ricordare alle persone ciò che hanno realizzato e contribuire a ottenere quel riconoscimento. Se riuscirà a far scoprire ai lettori aspetti degli Ultravox che prima non conoscevano, sarebbe fantastico. Anche soltanto ricordare l’ampiezza e la qualità del loro catalogo e riportare l’attenzione su quelle canzoni sarebbe già un risultato importante”.
“Looking Backwards Towards the Future: The Story of Ultravox” si propone dunque non soltanto come una ricostruzione biografica, ma anche come una rivalutazione critica di una band che ha contribuito a cambiare il linguaggio della musica pop, spesso anticipando trasformazioni che altri avrebbero successivamente portato al successo.

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