Salute

Troppi festival in Sardegna? C’è un motivo antropologico

di Ilaria Muggianu Scano

In Sardegna scoppia la festivalite. Da settimane nell’isola imperversa la polemica per l’elevatissimo numero di festival letterari estivi, stimati tra i 70 e 80 nel solo periodo estivo, tra kermesse strutturate e manifestazioni episodiche, considerati da alcuni critici una manipolazione di massa attraverso risorse pubbliche. Siamo al mondo da abbastanza tempo per non subodorare un malcontento di carattere squisitamente politico. Ci si lamenta della distribuzione in troppi paesi della Sardegna, come se congestionare i poli di Cagliari e Sassari dovesse rappresentare una garanzia di qualità davanti al turista culturale.

Alcuni opinionisti lamentano il rischio di un sistema autoreferenziale, in cui giurie e circuiti chiusi premierebbero sempre gli stessi ambienti. Altri paventano la bassa qualità dei libri presentati come inversamente proporzionale alla crescita delle pubblicazioni. Ma se la Sardegna è stanca di stare zitta c’è un motivo antropologico preciso: la sua natura di raccontatrice di storie, di avverbadora. Mille anni fa chi stabiliva la qualità di chi dovesse parlare, di chi dovesse raccontare? Tra le strade dei borghi rurali chi decideva quale fosse il poeta estemporaneo meritevole di farsi ascoltare? Semplice: il suo seguito.

In lingua sarda il termine Contos ha il significato speculare di “Racconto” (contos de foghile) e antiteticamente quello di “Fare di conto” (Deppet fari is contoso) ma anche di “Tenere in considerazione come un figlio” (Contifixiari su pani). Un’equipollenza spontanea che riequilibra lo stile scolastico anni 80 per il quale veniva considerato intelligente solo lo studente che avesse manifestato attitudine nello studio della matematica. La Sardegna al contrario ha sempre sostenuto la biodiversità culturale portando avanti la sua tradizione millenaria di comunità che si riuniscono in piazza per ascoltare storie, poesie, canti. I festival letterari moderni non sono una moda importata, ma un’evoluzione naturale delle feste patronali. È la piazza che torna a produrre comunità attraverso la parola.

Quindi mi chiedo: perché gettare badilate di fango sui festival letterari? Chi ha il diritto di stabilire quanti, quali, autoctoni o internazionali? “Svalutano la qualità della cultura” denuncia qualcuno a cui mi piace rispondere che, secondo corrispondenza biografica, seguendo simile logica distributiva solo chi è medico merita di intraprendere una qualsiasi attività politica, perché in fondo tutti dobbiamo almeno un favore a questo o quel medico, quindi, chi denuncia, politica non avrebbe potuto farne. Chi possiede la licenza di conferire patenti di legittimità editoriale? Penso ai ragazzi di paesi minuscoli che si avvicinano a conoscere dei premi Nobel, o semplicemente il proprio beniamino influencer.

E allora? Grazie a un confronto illuminante con l’Assessora alla Cultura Ilaria Portas, in seno al suo mandato del libro, vengo a sapere che il Festival Letterario di Seneghe è il festival della comunità, in cui sono i cittadini a ospitare gli autori, secondo un’esperienza di contaminazione virtuosa. Penso ai cosiddetti Foglianti, cioè gli insegnanti scrittori che raccontano da insider la scuola di oggi: perché non dovrebbero farlo, chi lo ha decretato? Penso a una farmacista sarda che ha avuto milioni di letture, perché non avrebbe dovuto pubblicare? Durante la mia crescita e anche molto oltre ho avuto la ventura di assistere a eventi religiosi durante i quali i parroci, durante la visita pastorale del vescovo facevano leggere le Scritture rigorosamente ai figli di questo o quell’assessore regionale, escludendo sistematicamente bambini e ragazzi cui non serviva loro compiacere in alcun modo le famiglie. Vogliamo tornare a questo?

Vogliamo tornare ai tempi in cui solo sindaco e parroco avevano libri in casa? Fate vobis. Nove volte su dieci chi pubblica e presenta i propri libri ai festival è accusato di vanità e velleità. Bene, credo che la vanità crei sempre meno danni di un’inspiegabile censura. Amen.

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