Trento, controllo e violenze sulla compagna: condannato un trentenne – CRONACA
«Sottoposta a un regime di vita insostenibile e penoso»: bastano queste poche parole, così come ricostruito dagli inquirenti, per comprendere il dramma vissuto dalla vittima, che aveva 21 anni quando ha iniziato a frequentare l’imputato. La ragazza, che inizialmente si divideva tra università e qualche lavoretto, aveva abbandonato tutto pur di stare vicino a colui che credeva essere il suo “principe azzurro”. Non si era accorta di essere manipolata.
La vicenda è emersa grazie a un militare fuori servizio che aveva visto la ragazza in strada, sotto shock e con i lividi sul corpo: si era fermato per soccorrerla e l’aveva subito accompagnata dai carabinieri. L’imputato, difeso dall’avvocata Maria Anita Pisani, ha seguito un corso presso il centro antiviolenza, ma ciò non gli ha risparmiato la condanna in rito abbreviato a un anno e 4 mesi, pena sospesa. Il giudice ha riconosciuto alla vittima, costituita parte civile, 18mila euro di risarcimento.
La ragazza, grazie anche al supporto di una specialista, è riuscita pian piano a rielaborare il passato. Ha raccontato che il fidanzato l’aveva convinta a lasciare l’università per trovare un impiego, che le impediva di mangiare liberamente e la obbligava a salire sulla bilancia. «Lui non lavorava, lo mantenevo io. Mi obbligava a salire sulla bilancia per controllare il peso. Voleva decidere tutto, anche il colore dei miei capelli», ha dichiarato la vittima. Purtroppo, la relazione ha portato anche a una interruzione di gravidanza: «Mi ha detto che non era il momento giusto. Mi ha fatto abortire».
Non sono mancate le botte: l’imputato, oggi trentenne, l’avrebbe percossa con calci e pugni almeno una volta a settimana. Agli atti figura il verbale del pronto soccorso del Santa Chiara dell’aprile dell’anno scorso — il giorno in cui venne soccorsa e accompagnata in caserma per la denuncia — quando la giovane risultava colpita al collo e con una contusione al torace causata da una caduta dalle scale. «Era stato lui a picchiarmi e a spingermi giù», aveva dichiarato la ragazza, che a causa della relazione tossica aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico.
Dopo la denuncia, all’uomo era stato applicato il braccialetto elettronico con divieto di avvicinamento. Neanche questa misura, tuttavia, lo avrebbe fermato: come ha sottolineato l’avvocato di parte civile Vincenzo Scaglione, in quel periodo erano comparse almeno 6-7 scritte denigratorie sui muri vicino all’abitazione della ragazza, con epiteti irripetibili accanto al nomignolo con cui la vittima è conosciuta in ambito familiare.
A fronte della richiesta di assoluzione avanzata sia dalla procura che dalla difesa, il giudice ha valutato con attenzione le motivazioni della parte civile e ha condannato l’imputato.




