Torna lo Sgargabonzi, in scena con Jonestown. “Arezzo? Una piazza difficile per la satira, pochi palchi per i comici”.
Sabato 23 Maggio alle 21.00 presso il Teatro Virginian, il tour di Alessandro Gori (in arte “Lo Sgargabonzi”) – già in giro in tutta Italia – toccherà finalmente anche Arezzo, con il nuovo spettacolo “Jonestown”. Abbiamo raggiunto Alessandro per via “epistolare” alla vigilia dello show, insieme a Tommaso Caperdoni, che curerà l’opening act.
Alessandro, la tua cifra stilistica è l’utilizzo di dispositivi ed espedienti comici per raccontare – esaltandola – la drammaticità del reale. “Jonestown” si ispira nel titolo all’omonimo suicidio-omicidio di massa avvenuto nel 1978. Puoi spiegarci come si struttura e attorno a quali temi ruota?
“Lo spettacolo nasce dall’insofferenza verso qualsiasi tentativo di addomesticamento del pensiero. È un invito a riappropriarsi della propria libertà, specie in un’epoca in cui esiste un conformismo morale e culturale sempre più soffocante ma insieme orizzontale, mimetico, perfettamente assorbito. Mi interessava costruire uno spettacolo che rifiutasse l’obbligo di essere presentabile, empatico, rassicurante a tutti i costi. Credo che un comico abbia il dovere di non chiedere permesso. È probabilmente il mio lavoro più politicamente scorretto, ma non per questo rinuncia a momenti lirici e introspettivi. Anzi, credo che le due anime convivano benissimo.”
Quando hai capito che la comicità sarebbe diventata uno degli strumenti centrali del tuo modo di raccontare la realtà?
“Fin da piccolo me la sono sempre cavata bene con la scrittura; oltre a questo ho sempre tenuto banco nelle serate con gli amici raccontando le mie storie. Tuttavia, non ho mai vissuto la comicità come una missione, né quella del comico come un’identità esclusiva. Piuttosto, ho sempre considerato la comicità uno degli strumenti disponibili dentro una tavolozza più ampia. Mi interessa usarla anche in funzione perturbante: a volte inserire un episodio drammatico fra due momenti comici rende quel passaggio ancora più sinistro, vertiginoso, terminale. La comicità non serve soltanto ad alleggerire; può anche ammantare di tenebra. Quando scrivo mi piace poter usare tutta la palette dei colori, senza impormi paletti o peggio ancora ragionando per categorie.”
Recentemente sei tornato ospite di Tintoria Podcast, dove hai anche presentato il tuo nuovo libro – l’ottavo in carriera, pubblicato con Edizioni Nottetempo – “Vendo Tiroide Causa Doppio Regalo”, che alternando intervista, prosa e poesia, dissacra e demistifica tematiche tanto turpi quanto quotidiane. Parlacene.
“Il libro è costruito attorno a un lungo dialogo immaginario con Natalia Ginzburg, da cui emergono due opere parallele. La prima è “I Dolori del Giovane Redneck”, una raccolta di racconti che oscilla continuamente fra intimismo e grandguignolesco. La seconda è “Canzoniere del Danno Catastrofale”, una sequenza di sonetti che prova a osservare l’abisso con toni a metà fra il tragico e il grottesco. Volevo creare un oggetto che fosse ibrido, scivolando continuamente dalla confessione alla caricatura e viceversa, senza avvertire il lettore del passaggio.”
Molti associano la comicità più feroce a uno sguardo cinico o misantropico sull’esistenza. Eppure, nei tuoi testi, sotto la deformazione grottesca sembra emergere spesso una forma di pietà per la fragilità umana. Che rapporto hai con temi come la malattia, la morte e il dolore?
“Non credo che un bravo comico debba essere necessariamente un misantropo. E infatti, quando parlo di malattia o di morte, non sto facendo satira. Mi interessa piuttosto indugiare nell’agonia, restare dentro il dolore abbastanza a lungo da renderlo visibile, quasi tangibile. C’è qualcosa di profondamente struggente nell’essere umano: questa creatura mortale, sola davanti al proprio destino ultimo, consapevole del proprio progressivo consumarsi. È l’uomo a farmi tenerezza, non la natura. Trovo invece la natura ostile, priva di qualsiasi conforto o incanto, noncurante dei nostri sentimenti. È quella forza malvagia che ci divora lentamente, che ci ricorda ogni giorno la nostra precarietà e che, alla fine, ci strappa anche l’abbraccio delle persone che amiamo.”
Come descriveresti il tuo rapporto con il pubblico aretino: più da profeta in patria o da local hero?
“Arezzo è probabilmente la piazza più difficile. Non è un caso che esistano pochissimi spazi dedicati alla satira o alla comicità dal vivo. Anche molti comici affermati, durante i tour, tendono a evitarla. Qui sopravvive ancora l’idea che il comico sia, al massimo, il cabarettista di “Zelig” chiamato a chiudere la sagra dell’ocio. Pagare un biglietto per assistere a uno spettacolo satirico viene percepito quasi come una stranezza. In compenso, spendere cifre considerevoli per ingurgitare un coniglio farcito di cozze in un baracchino dello street food è considerato del tutto normale.”
Ti rivedremo in televisione?
“Se tutto va bene: mai più.”
A cosa stai lavorando al momento?
“Al mio nono libro, che ho quasi finito di scrivere. Mescolerà psichedelia, dark web e cronaca nera italiana. Per la prima volta mi sono trovato a scrivere anche dei racconti puramente horror.”

Tommaso Carpedoni curerà l’opening act. Come hai approcciato il mondo della stand-up comedy, e come ti sei poi avvicinato ad Alessandro Gori? Che anticipazioni puoi darci riguardo sabato sera?
“Mi sono avvicinato alla comicità grazie all’esperienza del Malpighi Hub, dove per due anni ho organizzato spettacoli di stand-up, lanciandomi anche un po’ nell’improvvisazione durante le presentazioni degli eventi. Dal momento che nella vita sono autore per il cinema e l’audiovisivo, ho deciso di avvicinarmi alla comicità anche in questa veste, con uno stile di scrittura più immediato, quasi istantaneo: più volte mi è capitato di scrivere un pezzo e poi portarlo sul palco solo un paio d’ore dopo. Per me la stand-up è un’esperienza del tutto nuova, non so ancora se è il mio mondo, ma rientra senz’altro nel mio percorso di sperimentazione autoriale. Sempre grazie al Malpighi Hub ho conosciuto Alessandro, essendo stato lui ospite per due anni di fila; lo stimo fortemente, trovandolo un autore finissimo e reputandolo un modello, poiché sfrutta la comicità come strumento, e non come fine. Il fatto che mi abbia invitato ad aprire diverse sue serate per me è un grande piacere e onore, anche perché mi permette di sposare le mie due nature: quella più immediata, comica e sagace e quella più autoriale; quando apro i suoi show non faccio tanto stand-up quanto letture, con uno stile più ricercato. Sabato sul palco porterò un pezzo nuovo a cui tengo molto, che parla di una figura molto importante per il Novecento… Se ci siamo capiti.”
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