Treni, cinquanta aggressioni in un anno a capitreno e controllori: «Abbiamo paura» – Cronaca
BOLZANO. L’uccisione di un capotreno a Bologna ha finalmente destato l’attenzione nazionale su una situazione insostenibile ormai da troppo tempo, come da anni sostengono i sindacati dei trasporti. Capitreno e controllori indifesi, nel mirino di gente senza scrupoli, con le forze dell’ordine che a bordo fanno quel che possono. Spesso troppo poco, non per mancanza di volontà ma perché è impossibile garantire l’ubiquità visto l’elevato numero di convogli in circolazione. Per il 2025 ancora mancano i dati ufficiali, ma nel solo 2024 la sola Uiltrasporti altoatesina ha contato 50 denunce alle forze dell’ordine: una alla settimana. C’è chi ha avuto la fortuna di scapolarsela andando in pensione; chi si è tirato fuori avendo avuto la fortuna di cambiare lavoro; ma c’è chi non può permetterselo avendo a carico uno, due, magari tre bambini.
Un fatto li accomuna: parlano soltanto dietro la garanzia dell’anonimato, perché non si rischia soltanto sul treno, bensì anche fuori, come dimostra il terribile caso di Bologna. «Abbiamo paura. E la sera vogliamo tornare a casa», chiosa senza tanti giri di parole un capotreno bolzanino. E più di qualcuno, nell’anonimato, ammette di tenere in tasca o nello zainetto lo spray al peperoncino. «L’unica, in certi casi…»
Le testimonianze
«Paghiamo le scelte fatte dai governi precedenti», tiene a chiarire un macchinista. «Se non metti un filtro a monte, chi ne paga le conseguenze è l’ultimo anello della catena». I controlli delle forze dell’ordine, prosegue, «sono quelli che sono, perché anche loro hanno risorse limitate». Il macchinista si ritiene fortunato, visto il suo ruolo non a contatto diretto con il pubblico, ma tanti, troppi colleghi capitreno gliene hanno raccontate di tutti i colori: «Mi ricordo un paio di anni fa, quando l’Austria bloccava i flussi. Caricavano i treni e ce li mandavano indietro. Le stesse forze dell’ordine a volte ci chiedevano di chiudere un occhio: “Non sappiamo dove metterli, non sappiamo come venirne fuori”, ci dicevano». Perché, e su questo capitreno e controllori sono concordi, «le stesse forze dell’ordine non hanno strumenti». Negli Usa si è arrivati all’eccesso contrario – si spara dal finestrino a chi trasgredisce – «ma il vero far west è qui da noi». Impotenti, tutti.Le forze dell’ordine spesso non ci sono. O non arrivano in tempo. E intanto, a rimetterci è, oltre agli altri utenti perché il personale di bordo ne è consapevole, chi lavora per Trenitalia o Sad. Un capotreno racconta: «Offese, sputi in faccia e minacce sono all’ordine del giorno». Un macchinista rincara: «A fine turno, non avete idea di quanti colleghi ho dovuto accompagnare al pronto soccorso, poi abbiamo dovuto aspettare ore per la denuncia…»Quello di capotreno, dicono all’unisono, «non è più un lavoro dignitoso, nemmeno in Alto Adige».Com’è il clima? «Pessimo», racconta chi da qualche tempo ha avuto la fortuna di dedicarsi ad altra attività lavorativa. «Un clima esasperato, a bordo tanti viaggiatori senza biglietto, arroganti, presuntuosi, tanti stranieri senza fissa dimora. Più e più volte mi sono visto costretto a telefonare al corpo di guardia. Sulla linea del Brennero, alle 23, girava certa gente… Ma anche sulla linea per Merano. Più di una volta sono stato minacciato di morte. È capitato più volte che dovessi fermare il treno in attesa dei carabinieri». Duro, durissimo il periodo Covid. Ma poi non è migliorato più di tanto. «Insulti, minacce, ma non è che per difenderti puoi mettergli le mani addosso», va oltre. Spesso anche le forze dell’ordine non arrivano in tempo. «Due sole auto alla tal stazione, tutte e due impegnate altrove».Una situazione dunque ingestibile: «Stazioni ferroviarie in totale stato di abbandono, gente che bivacca sui marciapiedi, la mattina tutti a lavarsi nei bagni della stazione. Un vero schifo».
Anche per gli stessi capitreno è più difficile ancora di quanto si possa immaginare: «Perché – chiariscono – magari sarebbe il caso di fermare il treno, a me è successo a Rio Pusteria, ma poi rischi una denuncia per interruzione di pubblico servizio».Le società gestrici dei trasporti, spiega chi lavora sui treni, semplificando per capirsi, «guadagnano a chilometri percorsi…» E poi, «a bordo girano i magnaccia. Gestiscono le prostitute, spesso povere donne nigeriane. Minacciano tutti senza scrupoli, e sono armati di coltelli». C’è chi, fra controllori e forze dell’ordine – e come dargli torto – si gira dall’altra parte e finge di non vedere.Un altro capotreno conferma, usando una espressione alquanto chiarificatrice: «Siamo bullizzati da certi personaggi».Paura anche scesi dal treno, «perché quando alle 4 del mattino devi smontare per andare a riprendere l’auto nel parcheggio per tornare a casa, al buio, è tutto tranne che rassicurante». Il caso estremo di Bologna? «Potrebbe succedere anche da noi», sono convinti i capitreno. Un tempo, il loro, era un lavoro magari pesante ma d’oro rispetto ad oggi. Viaggiatori indispettiti per i ritardi, era il massimo che poteva capitarti. Ora, il pensiero dominante è «tornare a casa sani e salvi».
Decine di denunce
Lo dice chiaro e tondo Artan Mullaymeri, Uil trasporti: «Soltanto nel 2024, il nostro segretario provinciale delle attività ferroviarie ha contato cinquanta denunce da parte dei capitreno. Insulti di tutti i tipi, aggressioni verbali e fisiche. Non è neanche il caso di parlare della necessità di una militarizzazione. Viviamo in una società dove tutti dovrebbero segnalare, anche i passeggeri. I capitreno di Trenitalia sono dotati di bodycam, come i controllori degli autobus della Sasa, non così però per quelli della Sad. Abbiamo preso contatti con l’assessora provinciale Ulli Mair; con il Commissariato del governo si stanno approntando misure da adottare in caso di aggressioni. La situazione è difficile».




