Torture e machete per punire i debitori: condannato il “Tonno”
Si chiude con una condanna pesante una delle pagine più oscure della criminalità nella periferia nord-est di Roma. Cala il sipario sulla cosiddetta “banda del Tonno”, il gruppo che per anni ha imposto la propria legge a Fonte Nuova attraverso violenze brutali e intimidazioni sistematiche.
Fabrizio Giannetto, conosciuto negli ambienti criminali come “il Tonno”, è stato condannato a 8 anni e 9 mesi di carcere. Una sentenza che arriva al termine di un’indagine coordinata dal pubblico ministero Carlo Villani, che ha ricostruito nel dettaglio le attività del gruppo e i metodi utilizzati per piegare le vittime.
Violenza come strumento di potere
Non semplici pestaggi, ma vere e proprie punizioni esemplari. Le aggressioni duravano minuti interminabili: calci e pugni al volto, colpi alle gambe, minacce continue. Il tutto accompagnato dall’esibizione di un machete, usato per terrorizzare le vittime con l’ombra di mutilazioni.
Secondo quanto emerso, la violenza non era solo funzionale al recupero dei debiti, ma diventava uno strumento di controllo del territorio. Un linguaggio preciso, costruito per incutere paura e affermare un dominio assoluto.
Il caso simbolo: l’uomo abbandonato tra i bambini
Tra gli episodi più inquietanti, quello avvenuto nel 2018 a Tor Lupara. Qui la banda decise di lanciare un messaggio inequivocabile: un uomo, pestato brutalmente, venne lasciato a terra in una piazzetta, a pochi metri da un’area giochi frequentata da famiglie e bambini.
Un gesto studiato per essere visto, per trasformare la violenza in spettacolo e ammonimento. Un modo per ribadire cosa accadeva a chi non rispettava le regole imposte dal gruppo.
Minacce e torture
Le indagini hanno fatto emergere un sistema fondato su intimidazioni continue e metodi estremi. Le vittime venivano sequestrate, costrette a restare chiuse in auto, minacciate con armi e sottoposte a violenze fisiche e psicologiche.
Tra i dettagli più gravi, l’uso di cavi elettrici come strumenti di coercizione e l’ipotesi di simulare morti per overdose, per cancellare eventuali tracce. Un livello di brutalità che ha colpito gli stessi investigatori.
Un profilo criminale consolidato
Giannetto non era un nome nuovo per le forze dell’ordine. In passato era già stato coinvolto in attività legate allo spaccio, in contesti riconducibili a circuiti criminali più ampi. Una figura che, secondo gli inquirenti, aveva costruito il proprio potere attraverso la paura e la violenza sistematica.
La fine di un sistema
La condanna per sequestro di persona a scopo di estorsione e lesioni segna un punto fermo nella vicenda. Con l’arresto del leader e lo smantellamento del gruppo, si chiude — almeno sul piano giudiziario — una stagione segnata da intimidazioni e soprusi.
Per anni, la banda aveva imposto una propria “legge” sul territorio. Oggi, a mettere la parola fine è la giustizia, restituendo un segnale di legalità a un’area che ha convissuto troppo a lungo con la paura.
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