The New World: Rinascere alla fine del mondo :: Le Recensioni di OndaRock
C’è il mondo dentro di noi, la proiezione sulla realtà delle nostre angosce e delle nostre speranze. E poi c’è il mondo fuori di noi, l’impatto con la pura e semplice alterità delle cose. “Se c’è una cosa che vorrei fare nella mia vita”, afferma il leader degli Shearwater, Jonathan Meiburg, “è far sì che il mondo nella mia mente rifletta il più possibile il mondo reale”.
“The New World”, il nuovo disco della band americana, parla proprio di questo: della tensione tra il nostro io e quello che ci circonda. Come le coste del Nuovo Mondo viste per la prima volta dagli uomini del Vecchio, come il nostro addentrarci verso l’interregno di un futuro oscuro, mentre il mondo che conoscevamo sta morendo. “The New World” è il diario di bordo di questa traversata, e si mostra subito come uno dei capitoli più preziosi di tutta la discografia degli Shearwater.
“Nothing is ordinary”, annuncia “Daydream Unbeliever” sull’incedere del pianoforte. Meraviglia e paura, i due poli opposti dello sguardo. C’è un senso di minaccia nei rintocchi della batteria, nell’enfasi degli archi. Lo spirito di “Palo Santo” e “Rook” torna a vibrare con un equilibrio più profondo: frutto della maturità, certo, ma anche di alcune collaborazioni decisive. Anzitutto quella con Shahzad Ismaily (al fianco di Marc Ribot nei Ceramic Dog), perché le canzoni di “The New World” – registrate inizialmente nei familiari spazi di Dripping Springs, Texas – hanno preso davvero forma proprio nello studio di Ismaily a Brooklyn: “un posto meraviglioso per esplorare strade che non avresti mai considerato”, racconta Meiburg, “un posto che cambia completamente la tua percezione di ciò che è possibile”.
E poi c’è Leo Abrahams, allievo nientemeno che del maestro Brian Eno: è il suo studio londinese il luogo in cui, alla fine, i brani sono stati plasmati in un insieme organico. Le coordinate restano quelle di sempre: dai Talk Talk più eterei (“More And More”, con le sue stratificazioni e i suoi inserti di sax) ai tardi Radiohead (“A Mink In The Dusk”, ritmica nervosa e aperture corali). Ma se “The Great Awakening” era il disco della rinascita (dopo avere archiviato la poco convincente parentesi tra le fila della Sub Pop, per autofinanziarsi ora con il crowdfunding), “The New World” è il disco della sublimazione, in cui tutto sembra ritrovare la propria essenza.
Corvi della Tasmania, merli berlinesi, coyote sorpresi sulle colline di Los Angeles: i field recordings di Meiburg sono la lingua della realtà che racconta la propria storia. Si fanno strada tra l’andamento sinuoso di “Slugs In The Marigolds” e il climax di “The Only Sound I’m Afraid Of”, che va a infrangersi su una scogliera di chitarre. Lungo il tragitto, gli Shearwater (ormai stabilmente in formato trio, con Dan Duszynski ed Emily Lee ad affiancare Meiburg) incontrano compagni di viaggio inattesi, come il gruppo di musicisti del Mali che compare in “Even Song”. La presenza più sorprendente di tutte, però, è quella di Laurie Anderson, a cui è affidato lo spoken word della conclusiva “You And Your Dog”: folgorata dalla lettura del primo libro di Meiburg, “A Most Remarkable Creature” (ora è in arrivo il secondo, dedicato all’Antartide), ha accettato di prestare la sua voce a un racconto che si dipana lentamente intorno alla reiterazione di un semplice fraseggio pianistico.
Lungo la spiaggia il mare sembra essere sparito, come prima di uno tsunami. Il cielo bianco, l’orizzonte metallico. C’è una coppia con un cane. Il timbro quasi apatico di Laurie Anderson sembra descrivere un sogno, o forse un ricordo confuso nella memoria. “It’s nice to imagine a version of you and me/ That’s still walking around out there/ Where the beach ends and the sky begins”. Il suono del clarinetto svapora nell’aria, come un monito a non dimenticare che il presente è tutto ciò che abbiamo: “I wish I’d paid more attention/ I thought those days were going to go on/ Forever”.
07/08/2026
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