The Dog Stars, il film abruzzese di Ridley Scott, e le altre uscite in sala di agosto
È stato girato lo scorso anno in gran parte sugli Appennini The Dog Stars di Ridley Scott. Sei settimane tra Avezzano, le montagne dell’aquilano e il piccolo aeroporto del Preturo, in Abruzzo, per ricostruire i dintorni di una Denver da alcuni anni svuotata da una febbre virale. Siamo nel 2035, Usa, e tutto ci ricorda gli scenari post-apocalittici di Io sono Leggenda e The Walking Dead. Non ci sono mostri né zombie, ma falangi armate di uomini brutali dai quali guardarsi vivendo isolati. A esser precisi questi somigliano alle bande armate già viste in Mad Max – Fury Road.
Sentinelle pacifiche, le nuove star Jacob Elordi e Margaret Qualley sono affiancate dai veterani Josh Brolin, Guy Pierce, e dal Premio Oscar Allison Janney. Ma non anticiperò chi degli ultimi tre sarà il villain.
Altre due settimane di lavorazione italiana si sono svolte tra Veneto, Friuli e Roma, oltre alle canoniche negli studios. Un budget stelle strisce di 110 milioni di dollari costituisce un utile risparmio per gli americani grazie alle nostre Film Commission, in cambio un bel rientro d’immagine turistica per le Regioni coinvolte. Si aggiunga poi la firma pesante di un’icona del cinema, un cast di tutto rispetto e l’avventura in un sottogenere mai esplorato finora da Scott.
Gli ingredienti dovrebbero significare un buon action post apocalittico che vorrebbe farsi ricordare. Invece, pur se l’intrattenimento c’è, ci troviamo di fronte a un’opera minore di Scott. Le trovate narrative poggiano su troppi cliché, la violenza a volte diventa becera, i cattivi sono piatti, registicamente fa il suo senza inventare nulla che stravolga, e la scrittura, nelle sue minuzie a volte diventa pure un po’ grossolana. Forse in 20th Century si riteneva che mescolando aspetti di tanti film e serie di successo in una nuova storia semplice e lineare, si sarebbe raggiunto il giusto incasso. Chissà come andrà. In Italia esce il 26 agosto e in Usa subito dopo. Avrà più stoffa da ottimo titolo da piattaforma e piccolo schermo?
Spostiamoci nella Torino industriale del 1976, dove trovare lavoro è facilissimo. Basta essere in salute e con la voglia di fare, come Aldo, un giovane socialista cileno esperto di esplosivi fuggito dal suo paese perché in lotta contro la dittatura di Pinochet. Cosa che il suo caposquadra non sospetta minimamente, ovvio. In breve diventerà un buon operaio, ma la nostalgia per moglie e figlio lasciati in Cile più la possibilità di fare bei soldi costruendo bombe per terroristi italiani lo spingeranno in un gorgo di scelte estreme. Con lui al centro dello stesso vortice una donna dalle attività controverse.
Il cileno, opera seconda di Sergio Castro-San Martín, presenta una ricerca profonda sull’epoca. L’Italia ticinese degli anni di piombo è ricostruita con una precisione che fa pensare alle mise en scène vivide e meticolose di Giordana, Bellocchio e Larraín. Per il regista “l’immigrazione è un elemento onnipresente, e una delle problematiche sociologiche più urgenti di oggi”. Ce ne offre continua prova l’intenso protagonista Camilo Arancibia nella parte di Aldo, con un magnetismo simile al primo Gael García Bernal di Amores Perros. Mentre il vibrato espressivo di Sara Serraiocco nel dar vita a una dottoressa e docente universitaria di medicina ce la svela gradualmente nelle sue altre attività con un mistero da Dama Bianca.
Lo stile del regista si attiene a un realismo coriaceo e intrigante nel tessere insieme temi come gli aborti illegali di quell’epoca e i rigagnoli di estremismo rosso legati agli attentati che resero quegli anni così dolorosi. Co-produzione tra Italia, Cile e Svizzera, il film è stato presentato al Festival di Locarno e sarà in sala dal 28 agosto.
Anche Ketticè è stato presentato a Locarno, ma uscirà in Italia il 2 settembre. Fa un bel passo in avanti Giovanni Tortorici, pupillo di Luca Guadagnino alla sua opera seconda con il suo produttore d’eccezione. Se nel precedente Diciannove si metteva in luce un idealismo post adolescenziale che sbatteva con stile contro tante realtà adulte, questa Palermo del 2012 ci immerge nelle vite di alcuni sedicenni travolti da ormoni, battaglie generazionali, vite segrete di dipendenze e girandole d’amicizie e scontri.
Il protagonista ha il viso sbarbato di Salvatore Gallina, e la madre ricca d’incosciente superficialità ansiogena la interpreta magnificamente Monica Bellucci. Ketti invece, la migliore amica e compagna di avventure e fumate, ha il volto di Rachele Testagrossa. Il cast ottimamente gestito si muove fra intrecci e situazioni a metà strada tra il Kids di Larry Clark e certi film di Andrea Arnold. Forse questo è un lavoro meno visionario del precedente, ma con una veracità evidente e un baricentro emotivo molto più solido. Sfida costruttiva ai lettori: credo sia il film ideale per portare al cinema, insieme, genitori e figli adolescenti per un confronto open minded.
Per Amine Adjina, invece, Spezie e bugie costituisce l’opera prima. Lione, oggi. Medhi è un cuoco algerino perfettamente integrato. Ma la sua fidanzata francese vuole conoscerne la madre, pur sapendo qualcosa della sua rigidità culturale. Inizia una farsa dove una barista amica di Medhi si fingerà sua madre tra bugie a fin di bene che renderanno ottima e speziata questa commedia di sotterfugi e nascondimenti.
Una sceneggiatura perfetta e saziante che scombina e rimette in ordine ogni elemento oscillando con coerenza tra commedia sociale, situazioni tragicomiche e una vena nostalgica, non parigina, una volta tanto, e per questo più realistica, fuori dai nostri stereotipi francesi. Il cast vive i tempi giusti per dar vita a una serie di personaggi che crescono dai dettagli. Hiam Abbass, attrice franco-palestinese interpreta l’amica di Medhi che si finge sua madre, mentre lui ha la bella faccia da schiaffi di Younès Boucif. La fidanzata imbrogliata è Clara Bretheau e la madre tradizionalista e accorata Malika Zerrouki, attrice non professionista con un talento preziosissimo.
Nel palleggio edipico e sentimentale tra culture e nazionalità, il regista gioca con leggerezza e acume con le identità multiple tipiche ormai della Francia contemporanea, ponendoci di fronte a una questione collettiva. Soprattutto nell’oggi europeo che vede a rischio gli accordi di Schengen. Bisognerebbe guardarli nelle scuole film così, per iniziare a parlare davvero di multiculturalismo. E sì, anche attraverso il sorriso. Arriva in sala il 10 settembre, ma dal 20 agosto già trotterella in anteprima in alcune arene all’aperto selezionate dalla distribuzione Academy Two. #PEACE
Source link




