Sunlight Echoes: Lo shoegaze che abbaglia :: Le Recensioni di OndaRock
Questo è un periodo strano, che richiede a ognuno di noi una presa di posizione. Bisogna scegliere se stare dalla parte di chi fa la caccia agli immigrati per strada o di chi cerca di integrarli, se accettare il linguaggio d’odio propugnato da illustri governanti o usare un linguaggio rispettoso e gentile, se essere d’accordo con chi disprezza l’empatia verso il prossimo, soprattutto se debole, o esercitare gesti di solidarietà quotidiana. Bisogna scegliere se abbracciare il “lato oscuro della forza” o cercare la luce dell’umanità. I Whitelands questa scelta l’hanno fatta e “Sunlight Echoes” (eco della luce del sole) ne è una luminosa dimostrazione.
I Whitelands vengono da Londra, si sono formati nel 2017 e sono composti da Etienne Quartey-Papafio (chitarra e voce), Michael Adelaja (chitarra), Vanessa Govinden (basso), Jagun Meseorisa (batteria). La loro musica si inserisce nella rinascita dello shoegaze, genere sognante caratterizzato da strati di chitarre effettate, voci soffuse e melodie eteree portato alla ribalta negli anni 90 da Ride, My Bloody Valentine e Slowdive. Il genere in realtà non è mai scomparso, è rimasto sottotraccia fino al ritorno sulle scene delle band citate che ha fatto da apripista per nuove generazioni di sognatori (dagli Horrors ai Beach House, dagli Air Formation ai Just Mustard).
Shoegaze per i Whitelands è dedicarsi alla delicatezza delle emozioni, alla cura delle vulnerabilità, alla riflessione sulle nostre fragili vite per curarne le ferite. Il contrario della cattiveria propugnata da chi ci vuole inebetiti consumatori di fake news. “Sunlight Echoes” esce all’inizio di quest’anno per Sonic Cathedral ed è prodotto dal fidato Ian Flynn, dopo due album acclamati dalla critica. Riverberi, effetti, armonie malinconiche e tanto ritmo ne costituiscono l’ossatura che si arricchisce della voce acuta e intensa di Etienne.
Il riferimento musicale più vicino sono le cavalcate chitarristiche dei Ride, band che ha sempre messo insieme dream-pop e britpop. C’è anche tanto del pop rock elettrico di band come i Breton e addirittura alcuni riferimenti ai Klaxons, alle loro aperture melodiche ariose e alla loro energia.
L’album parte subito in quarta con le aperture armoniche di “Heat Of The Summer”, con una chitarra in primo piano a definire una linea melodica emozionante fatta di poche note, la batteria che pesta il giusto e dona grinta a un ritornello arricchito dai cori. La seguente “Songbird (Forever)” non è da meno: le chitarre creano il terreno su cui Etienne eleva la sua voce su riff in minore che dà alla canzone una malinconia leggera e coinvolgente.
“Shibuya Crossing” è un lento d’atmosfera gassosa. Le chitarre arpeggiano su un beat che arriva da Marte, Etienne sussurra e tutto è celestiale. Il brano rappresenta la parte più riflessiva della musica dei Whitelands, insieme ad altri episodi che rompono il ritmo e che sembrano essere ordinari e prevedibili rispetto al resto.
È infatti nei pezzi movimentati, guidati dalla batteria, che la band dà il meglio di sé, come nella successiva “Glance”: ritmo sincopato, melodia irresistibile ed esplosioni chitarristiche da urlo. Un brano come “I Am No God, An Effigy” è tirato e nervoso ma capace di uno slancio melodico che aggancia senza possibilità di scampo. Ci sono cura del dettaglio, scrittura elegante ed esecuzione convinta, si sente che i Whitelands credono profondamente nella loro musica e nel bene che può fare. L’album si chiude con “Golden Daze”, pop sognante alla Slowdive che si sostiene con gli strati di chitarre, il canto dolente e un ritornello che esalta le capacità melodiche della band.
Abbiamo bisogno di album come “Sunlight Echoes”, di musica che ci tenga su e ci esalti tenendoci allo stesso tempo con i piedi per terra, abbracciati alle nostre emozioni e alla nostra umanità.
13/02/2026




