Cultura

Suitor – Saw You Out with the Weeds

Suitor nascono originariamente come un progetto casalingo intimo, per poi trasformarsi in una delle realtà post-punk più interessanti di Cleveland, Ohio.
La band è nata durante il lockdown per la pandemia da un’idea di Emma Shepard (voce e testi) e Chris Corsi (polistrumentista e chitarra). I due erano già compagni di band in un gruppo locale chiamato Small Wood House, e hanno iniziato a scrivere canzoni insieme per combattere l’isolamento del periodo.
Per trasportare la loro musica dal vivo, il duo si è allargato reclutando tre amici di lunga data, trasformandosi in un quintetto compatto: Stephen Ovak (chitarra), John Corsi (basso) e Ryan Matricardi (batteria).

Credit: Bandcamp

Prima dell’uscita del loro ultimo LP, la band si muoveva su sonorità molto più sognanti e lo-fi. Il loro debutto ufficiale è avvenuto con l’EP omonimo del 2020, espanso poi nell’album “Communion”. Questo primo lavoro era un art-punk malinconico ed esoterico, dove le melodie erano avvolte in una nebbia lo-fi e in atmosfere eteree e riverberate. Dopo aver passato quasi dieci anni a suonare insieme in vari progetti locali, i cinque membri hanno unito le forze.
Questo ha cambiato radicalmente il loro approccio, portandoli a scrivere pezzi più veloci e d’impatto, pensati per i concerti.
Nel 2023 hanno fatto un importante salto di qualità aprendo i concerti degli Sweeping Promises, incontro che ha poi decretato la produzione del loro nuovo disco. La produzione dell’ultimo album “Saw You Out with the Weeds” (affidata a Caufield Schnug e Lira Mondal) dimostra come la band sia integrata nel network della nuova avanguardia art-punk americana, pur restando fieramente ancorata alle proprie radici di Cleveland.

L’ascolto di “Saw You Out with the Weeds” si rivela un percorso tutt’altro che lineare, capace di muoversi agilmente tra impatto viscerale e fitte ombre atmosferiche.
Il disco mette subito le carte in tavola con l’energia tagliente di “Model Actress” e l’incedere di “Factory”: in entrambi i casi, la band mette in evidenza chitarre affilate e un basso pulsante, costruendo ritmiche prepotenti e compatte che spingono inevitabilmente al movimento.

In questi episodi, il contrasto tra le strofe e le aperture melodiche è micidiale: se in “Model Actress” il cantato spoken word esalta l’esplosione del ritornello (sigillato dalle rullate di Ryan Matricardi a due minuti e cinque secondi), in “Factory” la melodia orecchiabile sfocia in un finale teso e imprevisto di rara potenza.

Questa urgenza noise e sgangherata trova il suo culmine geometrico in “Generator”, un brano perfetto e saturo di tensione, dove la band si trova a memoria nel costruire una trappola sonora che lascia l’ascoltatore in mezzo al pezzo, senza alcuna via d’uscita.

A questo assalto frontale, i Suitor sanno però alternare dinamiche molto più studiate e chiaroscurali.
È il caso di “Private Prison”, dove gli strumenti badano ad arricchire la struttura senza mai imporsi, lasciando spazio a una voce soave e quasi sussurrata. Ma è quando le sfumature si fanno livide che il quintetto di Cleveland mostra una maturità sorprendente.
L’intreccio di chitarre di “Blank Americana” evoca una sottile e palpabile ansia, mettendo in chiaro che non c’è spazio per il divertimento; la doppia voce di Emma Shepard si muove su accordi discendenti fino a una chiusura inquietante, in cui la batteria batte fino a perdersi in un suono sospeso nel nulla.

Questo lato oscuro viaggia a ritroso nel tempo, traghettando l’album oltreoceano, dritto verso la gloriosa stagione post-punk e darkwave europea degli anni Ottanta.
Ascoltando le atmosfere di “Still Life” sembra di ritrovare i Siouxsie and the Banshees, mentre il giro di basso tipico di “Sentimental Talk” evoca direttamente colossi del gothic rock come Sisters of Mercy e The Mission.

Il disco tuttavia non si accartoccia mai su se stesso e ritrova luminosità grazie a venature più ritmate e sbarazzine. Brani come “In the Country” stemperano la tensione accumulata, svelando forti affinità elettive con formazioni contemporanee come i Current Affairs o i Priests di Washington. Questa influenza esplode con fierezza nella travolgente “Televangelist”, dove i Suitor cavalcano lo stile della band di Washington e la Shepard regala una prova vocale che ricorda da vicino il carisma di Katie Alice Greer, un paragone importante, ma totalmente meritato.
È infine il gran ritmo di “Dull Customer” a sigillare il lavoro: una traccia dal ritornello immediato che chiude il cerchio e lascia un ricordo piacevole, nitido e duraturo dell’intero ascolto.

La scena post-punk di Cleveland ha radici storiche profonde e un’identità unica, plasmata dal declino industriale della “Rust Belt” e da un’attitudine fieramente indipendente ed esoterica.

In questo panorama, i Suitor non sono semplicemente una band emergente, ma rappresentano l’anello di congiunzione perfetto tra la leggendaria eredità del passato e la nuova ondata underground dell’Ohio.
Il chitarrista Chris Corsi ha spiegato che la band aderisce in pieno alla storica filosofia dei Pere Ubu: “Fare musica esclusivamente per se stessi e per quelle pochissime persone che per caso decidono di prestare attenzione”.

Anche noi abbiamo fatto girare questo nuovo album per caso? Ho letto che in tutto il 1979 uscivano gli stessi dischi che escono oggi in una settimana. Quindi sì, può essere che oggi un album lo si possa scoprire e ascoltare per puro caso, persi nel flusso continuo degli algoritmi di streaming.

Ma siamo oltremodo d’accordo con i Pere Ubu: se vogliamo davvero cogliere la densità e la spigolosa bellezza di questo lavoro, dobbiamo decidere di prestare attenzione, pazienza e soprattutto intuizione.

È un’opera che richiede di essere vissuta, un manifesto art-punk viscerale e urgentissimo che dimostra come il sottosuolo di Cleveland sia vivo, spietato e affascinante più che mai. Un ascolto imprescindibile per chiunque cerchi ancora un pizzico di verità nel rumore.


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