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Squeeze – Trixies | Indie For Bunnies

Dopo quasi un decennio di silenzio tornano gli Squeeze, sottovalutatissima band britannica che, tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, scrisse pagine memorabili della new wave nella sua declinazione più vicina al pop classico. “Trixies”, il loro nuovo lavoro, è il frutto di un sogno rimasto chiuso nel cassetto per oltre mezzo secolo.

Raph_PH, CC BY 2.0 , via Wikimedia Commons

Le tredici canzoni incluse, infatti, vennero abbozzate dalle menti creative del gruppo – i cantanti e chitarristi Chris Difford e Glenn Tilbrook – nel lontano 1974. All’epoca i due erano poco più che adolescenti con scarsa esperienza e zero mezzi a disposizione, ancora lontani dall’esordio ufficiale. Il progetto appariva allora troppo ambizioso per una coppia di ragazzi londinesi: un concept album ambientato in un night club che, dopo lo sviluppo iniziale, fu lasciato in sospeso in attesa dei tempi maturi.

Oggi, finalmente, “Trixies” è nelle nostre mani e non tradisce le attese. La pazienza si conferma la virtù degli Squeeze che, con queste tredici tracce, fanno risplendere il loro genio pop in un viaggio musicale senza tempo, capace di abbracciare il meglio della tradizione britannica del secolo scorso. Fa un certo effetto pensare che la struttura di “Trixies” sia stata concepita da due giovani non ancora ventenni! Naturalmente il materiale è stato limato in ogni dettaglio grazie all’esperienza accumulata, ma l’essenza dei pezzi resta quella del 1974.

Il risultato è un lavoro moderno nella resa sonora, ma intriso di amore per un vivace passato fatto di glam rock e power pop, dove gli spettri di David Bowie, Roxy Music, Sparks e Velvet Underground fungono da anfitrioni di un night club che non ha mai davvero abbassato la saracinesca. Fedele alla sua natura di concept, “Trixies” va assimilato come un piccolo film. Nel complesso regna una grande coesione stilistica, eppure ogni traccia rappresenta un microcosmo a sé stante.

Si passa dalle atmosfere jazzate e raffinate di “What More Can I Say”, “Good Riddance” e “It’s Over”, vicine al sophisti-pop, al folk di “You Get The Feeling”. Non mancano i richiami a David Bowie in “The Place We Call Mars” e a Lou Reed in “The Dancer”, le allucinazioni blues di “Don’t Go Out In The Dark” e lo scoppiettante rock ‘n’ roll di “The Jaguars”. Da segnalare, infine, due gioielli pop come “Trixies, Pt. 1” e “Trixies, Pt. 2”: posti a chiusura del disco, mostrano al meglio le visioni fantastiche di Chris Difford e Glenn Tilbrook, a loro agio tanto tra i colori accesi della psichedelia quanto nella giocosità delle Big Band. A tutti gli effetti, un radioso ritorno alla gioventù per gli Squeeze.


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