Spiritualità, natura e storia nei giardini più belli dell’Asia
«La luna in alto ammanta d’argento tutto il giardino. Per un istante quella luce ti sembra di poterla bere»: anche se gli alberi e i cespugli fioriti di quel giardino si trovavano in un rustico podere sull’isola di Minorca, come racconta nel suo libro Pioggia Rossa, Cees Nooteboom, scrittore e viaggiatore indefesso nelle lande asiatiche, conosceva alla perfezione l’incanto dei paradisi verdi coltivati e vezzeggiati da secoli e secoli nel Far East del mondo, dove il concetto di serendipity vegetale è assai radicato nella quotidianità delle persone. A cominciare dallo Sri Lanka, precisamente dalla provincia centrale di Kandy: qui, a un’altitudine di 460 metri, si trovano in riva al fiume Mahaweli i fiabeschi Royal Botanical Gardens di Peradeniya, le cui origini risalgono al XIV secolo. Mitica è la loro collezione di orchidee selvagge, propiziata dagli oltre 200 giorni annui di pioggia, come i tentacolari Ficus Benjamin, le cui braccia alate, insieme a quelle striscianti nel terreno, fanno immaginare di essere dinanzi a un cesto pieno di serpenti in legno, per quanto più languidi e meno aggressivi. Tramite un ponte sospeso si accede anche al giardino delle spezie, poi si prosegue scoperta delle oltre 4mila specie di piante che l’ottocentesco giardiniere Alexander Moon fece arrivare anche dai Kew Gardens di Londra, ai tempi della dominazione britannica dell’isola.
Nel microcosmo di Cuc Phuong
Curiosa e intrigante è anche la trama botanica nella quale ci si lascia volentieri intrappolare una volta raggiunto il distretto di Nho Quan, nella provincia vietnamita di Ninh Binh, dentro quel Cuc Phuong che costituisce il primo parco nazionale dal Paese nel 1962. In questo immenso microcosmo di vegetazione pluviale tropicale ci si trova circondati da oltre 2.200 specie vegetali, sorvolate da più di 330 di uccelli e fra 135 tipologie di mammiferi, tra cui il Langur di Delacour, piccolo primate (in via d’estinzione) che vive solo in Vietnam e che ama saltellare da un ramo all’altro. Adagiato ai piedi delle montagne e punteggiato dai villaggi abitati dell’etnia Muong, questo parco offre perfino la possibilità di soggiornare nelle Guest House della Bong Center Area, godendo così dell’opportunità di calarsi nel silenzio della foresta, squarciato appena dai suoni degli animali e dai mormorii delle foglie lussureggianti.
Ad Atami nella Penisola di Izu
Decisamente più confortevole si presenta la meta giapponese di questo garden tour asiatico, nella città costiera di Atami, lungo la Penisola di Izu, situata ad appena 36 minuti di treno veloce Shinkansen da Tokyo e celebre per le sue acque termali, apprezzate sin dal periodo Nara, nell’ottavo secolo: sopra una collina dominante l’Oceano Pacifico si lasciano docilmente domare i tredici giardini tematici che compongono l’Acao Forest, dedicati alle rose, alle piante bulbose, alle erbe aromatiche. Immersi nella contemplazione estetica delle varie specie, si resta stupiti dall’apparizione improvvisa della Coeda House, un leggerissimo padiglione open air che l’archistar Kengo Kuma ha disegnato appositamente per ristorare i trekker botanici, che possono riposare gustando bevande naturali a base di erbe e fiori, frullati e dolci preparati con frutta di stagione raccolta qui, di fronte all’oceano blu. Immerso nel bosco è anche il Mirror Gate, una simbolica porta-santuario nel cuore della foresta di Acao, rivestita di specchi e che invita a oltrepassare il confine tra il sacro della natura e il profano di una vita piena di condizionamenti.
I Giardini Classici di Suzhou
Sembrano effettivamente miniature, invece, i cosiddetti Giardini Classici di Suzhou, ex capitale dell’antico regno di Wu, nella provincia cinese orientale di Jiangsu che l’Unesco ha inserito nel Patrimonio dell’Umanità. Ispirati ai giardini di caccia reali, risalenti al periodo compreso tra l’XI e il XIX secolo, nove dei cinquanta esemplari tuttora esistenti (in origine erano 200) riflettono, attraverso la loro meticolosa progettazione, l’armonia faticosa, eppure possibile, tra la forza rocciosa della montagna e la calma placida degli specchi di acqua, secondo la filosofia del Feng Shui applicata anche alla botanica. Il più lirico di essi è il Canglang Pavilion, elegante e dettagliato come una tradizionale pittura di paesaggio cinese, tanto è vero che a disegnarlo fu il poeta, esiliato a Suzhou, Su Shunqin, nell’XI secolo. I restauri intervenuti nel corso dei secoli non hanno per fortuna alterato l’eterea bellezza dei salici e la mitezza architettonica delle pagode.
A Mumbai
Imbattibili in quanto a esotismo sono infine gli Hanging Gardens di Mumbai, nati come parco pensile sulla collina basaltica in pendenza di Malabar Hill nel 1880, quando i colonizzatori inglesi vi installarono alcuni serbatoi per l’acqua. Intorno a essi l’architetto Ulhas Ghatkopar disegnò lo scenografico parco, fra i set preferiti dall’industria cinematografica indiana fin dai suoi albori, anche perché la posizione sopraelevata regala viste magnifiche sullo skyline della città e sul Mare Arabico. Le tipiche siepi a forma di animali, l’inconfondibile orologio con le lancette composte da fiori, le aiuole profumate, la buffa casa sull’albero a forma di scarpa in cui sono soliti intrufolarsi i bambini senza rinunciare ai sacchetti di plastica colmi di lassi (la tipica bevanda a base di yogurt) fanno degli Hanging Gardens un giardino di contagiosa tenerezza, specialmente quando cala il sole e si accendono le prime stelle nel cielo infinito di Mumbai.
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